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IL TESORO DELLA STORIA D’EUROPA A VILLA SALVIATI (FIRENZE)

Un viaggio a Firenze per visitare Villa Salviati, sede degli archivi storici dell’UE: è questo il premio che la Regione Marche ha assegnato alla nostra classe, la 4BLi per il video sull’esperienza dell’Erasmus Plus a Tréguier (Francia) nell’ambito del progetto “Destinazione Futuro”.

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A dire il vero, ci aspettavamo la classica gita scolastica, ma, per fortuna, non è stato così. Abbiamo svolto tre attività per avere una visione completa sulla struttura dell’Unione Europea e degli Archivi. La prima di queste consisteva in un dibattito su ciò che l’Europa potrebbe fare per noi, ma soprattutto che cosa noi vorremmo che facesse. Abbiamo avuto la possibilità, proprio come in una conferenza, di sederci intorno ad un tavolo ed esprimere le nostre idee. Renderci conto di sapere poco sull’Unione Europea ci ha riempito di curiosità e ci ha permesso di metterci in gioco. In un secondo momento la visita guidata della villa ci ha permesso di capirne le origini e la storia.

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Le grotte sono senz’altro uno degli ambienti più suggestivi da visitare. Si tratta di un ambiente diviso in tre spazi creati in diverse epoche. Le grotte vere e proprie sono delle formazioni calcaree che creano forme cadendo dal soffitto e dalle pareti. Il secondo e terzo spazio, entrambi suddivisi in tre da colonne, sono adatti ai ricevimenti con pietre e conchiglie di vario tipo poste sulle pareti.

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La terza attività si è incentrata sulla storia degli archivi e la visione di cortometraggi che diffondevano la conoscenza dell’istituzione che fu l’Unione Europea alla sua nascita. Questo organismo infatti ci rende rilevanti nel mondo, cosa che i singoli piccoli stati da soli non sarebbero.

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Gli archivi dell’Unione europea sono a Firenze dal 1986. Più precisamente si trovano a Villa Salviati dal 2012. La visita degli archivi è stata l’evento conclusivo della giornata. Insieme agli archivisti abbiamo potuto scendere nelle stanze adibite alla raccolta e conservazione di tutti i documenti di importanti figure politiche e documenti creati durante la vita dell’Unione Europea. La presenza degli archivi europei a Firenze è molto importante prima di tutto per l’Italia e essenziale per ricercatori, studenti ed appassionati.

Un particolare ringraziamento va alle professoresse Veronica Keohane e Gianna Prapotnich, che ci hanno accompagnati a Firenze, e alla prof.ssa Marisa Celani della Regione Marche, che ci ha guidati in questo progetto e che quest’anno ci sta accompagnando in un nuovo percorso alla scoperta della cittadinanza europea.

Giorgia Antonelli e Sara Venturi (4BLi)

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L’ACQUA, UN BENE PREZIOSO DA SALVAGUARDARE

IL TEMA DELL’ACQUA AL CENTRO DI UN’UNITA’ DI APPRENDIMENTO CHE HA COINVOLTO ALCUNE CLASSI PRIME DEL NOSTRO LICEO

In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua del 22 marzo 2019, il nostro liceo ha organizzato un incontro a conclusione delle attività didattiche svolte da diverse classi prime (1ASc-1Bsc-1BLi-1CLi-1DLi). L’incontro è iniziato con la visione di uno spettacolo teatrale in DVD, ‘H2ORO’ incentrato sul mondo e l’acqua come bene che deve restare pubblico.

 

L’attore ha parlato di tutte le minacce che incombono sull’acqua in Italia per poi focalizzarsi sul resto del mondo: le multinazionali, gli sprechi, la privatizzazione che sono alcuni dei maggiori problemi che causano la riduzione della disponibilità e l’inquinamento idrico. Successivamente, gli studenti di alcune classi hanno esposto i loro lavori di approfondimento sull’acqua trattando tematiche e aspetti diversi.

Si è partiti dal legame dell’acqua con la mitologia greca; in seguito  sotto diverse forme sono stati condivisi gli aspetti legati all’inquinamento idrico, come i danni provenienti dall’agricoltura, dall’allevamento e dalle industrie. Si è affrontato anche il fatto che l’acqua può essere motivo di scontri, come dimostrano le terribili “water wars” già in atto, e che la disponibilità sia ulteriormente  minacciata dai cambiamenti climatici. Ma cosa possiamo fare noi?

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A  questa domanda un allievo ha dato alcuni suggerimenti pratici per contribuire al risparmio idrico che ciascuno di noi senza troppa fatica può far propri. Oltre a questa iniziativa, sono stati preparati dei cartelloni con messaggi vari sotto forma di slogan, immagini, pensieri che convergono tutti sul nostro senso di responsabilità nei confronti del futuro.

Lucrezia Venturi (1CLi)

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LA MAFIA NON E’ UN FENOMENO DEL SUD, MA ITALIANO: CONOSCERE VUOL DIRE COLMARE LA DIFFERENZA TRA PERCEZIONE E REALTA’

L’ex presidente della commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi incontra gli studenti del nostro liceo

 

A pochi giorni dallo spettacolo musicale La mafia non esiste andato in scena al Teatro Portone, Senigallia torna a dedicare ampio spazio alla lotta alla criminalità organizzata. Tra le protagoniste della scena politica degli ultimi anni, Rosy Bindi ha incontrato gli studenti del Liceo Enrico Medi nella mattinata di lunedì, dando rilievo alla sua esperienza da ex presidente della commissione parlamentare antimafia e portando la testimonianza anche di quello che dal 2016 è il progetto di Liberaidee: promuovere la responsabilità contro le mafie e la corruzione, attraverso una rete di associazioni, cooperative sociali, movimenti e gruppi, scuole, sindacati, diocesi e parrocchie. <<Un impegno che nella nostra città avrà formalmente luogo il 21 marzo, grazie alla giornata della memoria in ricordo delle vittime innocenti delle mafie organizzata da Liberaidee, ma che deve rinnovarsi ogni giorno>> ha ricordato Don Paolo Gasperini, vicario episcopale per la Pastorale di Senigallia.

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Negli ultimi due anni, Liberaidee ha condotto un’indagine sul territorio nazionale per conoscere il livello di percezione dei fenomeni illegali -quali i movimenti mafiosi- e poterli confrontare con la realtà effettiva. La ricerca si è specializzata anche a livello regionale, e dai dati emersi risulta che nella regione Marche la maggioranza degli intervistati riconosce le mafie come un fenomeno globale, che però non mette a rischio l’incolumità del nostro territorio. <<Un dato ambiguo, se ripensiamo allo scorso 25 dicembre, quando venne ucciso il fratello di un pentito della ‘Ndrangheta proprio a Pesaro>> – ha continuato Don Paolo.

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I due impegni principali che Libera, attraverso la sua rete di collaboratori, si propone di portare a termine, sono l’approvazione della legge sulla legalità finanziata e la creazione di un’effettiva amministrazione trasparente, che possa aiutare i cittadini a monitorare costantemente, anche attraverso siti web, il percorso delle associazioni.
<<Conoscere vuol dire colmare la differenza tra la percezione e la realtà>> – è intervenuta Rosy Bindi- <<Per questa ragione sarebbe necessario sfruttare momenti di dialogo come questi, in cui si riuniscono associazioni, scuole, studenti e professori, per gettare luce su un problema così serio. Queste occasioni preziose dovrebbero rientrare nel curriculum ordinario di ogni studente, che è a suo modo responsabile di rappresentare, un giorno, la futura classe dirigente.>>
Ciò che è certo è che di mafia si sente parlare da anni ed anni. O meglio, secoli. Perché il fenomeno è un dato strutturale presente anche nella fase pre-unitaria italiana. Nomi come Camorra, ‘Ndrangheta, Mafia, Cosa Nostra (per non parlare delle mafie più recenti, come quella foggiana e la Mafia Capitale) ce li sentiamo cuciti addosso: essere italiani, nel mondo, vuol dire fare i conti anche con queste organizzazioni criminali e i loro elementi inquinanti e condizionanti per lo sviluppo, l’economia e la crescita del paese.

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La storia italiana è stata sempre condizionata dalle mafie, sin dal 1800. L’operare di simili criminalità organizzate convisse (e continua a convivere ancora oggi) con la <<questione del Sud>>>. Se il meridione è stato facile preda delle mafie è certamente per il suo territorio ancora fragile, arretrato, che ha fatto sempre fatica ad inserirsi nel panorama di un’unità nazionale e a sentirsi parte di uno stato <<crudele>> che reprimeva ferocemente il brigantaggio e che costringeva i giovani a prendere parte al servizio di leva. Eppure al Sud non servono colonizzatori nordici, ma una classe dirigente del mezzogiorno con la <<schiena dritta>>.
<<Quello che si rischia è un atteggiamento giustificatorio>> – ha continuato la Bindi- <<La mafia non risolve i problemi del Sud, laddove lo stato risulti assente, ma è la causa dei suoi problemi più grandi. Coloro che hanno realmente provato a rivalorizzare il Sud per riscattarlo sono stati uccisi. Perché la mafia è e resterà sempre contro il progresso.>>

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Il successo delle mafie meridionali nasce dalla loro capacità di tenere le comunità soggiogate e di cercare in esse una larga fetta di consenso: i criminali vengono riconosciuti come uomini d’onore e protetti dal loro ambiente, perché si inseriscono laddove l’intervento della legalità -e quindi dello stato- appare assente. Cercano innanzitutto relazioni e complicità, convincendo i politici che perseguiranno e raggiungeranno i loro interessi politici attraverso un subdolo scambio di alleanze –come è successo recentemente ad un sindaco del Veneto, incarcerato per uno scambio di voto con la camorra-, offrendo prestiti ad imprenditori sulla via del fallimento (denaro ricavato sempre dal traffico illegale di droga), perché la mafia <<ti serve oggi per essere servita domani>>. E’ proprio quando si rompono questi accordi tra debitore e creditore che entrano in gioco i metodi intimidatori e la violenza. O quando qualcuno, subito assurto ad eroe, osa sfidare le organizzazioni. E’ il caso del Procuratore Caccia, ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1983, di Don Puglisi, che educava i ragazzi per sottrarli alle mani della malavita e che per questa ragione venne assassinato da Cosa Nostra nel 1993, o di Don Diana, vittima della Camorra per essersi rifiutato di distribuire la Comunione a un membro del cosiddetto <<Sistema>>. E come loro sono tanti i nomi, alcuni più noti, tra cui Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Piersanti Mattarella, altri che invece possono sfuggire, come Libero Grassi, Beppe Alfano, Pippo Fava. Molte delle vittime e delle figure che tutt’oggi sono a rischio (si pensi a Roberto Saviano, Paolo Borrometi e Federica Angeli) erano o sono giornalisti, testimoni costanti di atti intimidatori e minacce nei confronti della loro persona. La loro unica colpa: svolgere il proprio lavoro diffondendo la verità.

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Se le mafie sono una piaga globale, l’Italia è  forse l’unico paese che ha gli strumenti necessari per combatterla. Negli Anni Novanta, dopo gli anni delle stragi fasciste, delle eversioni di destra (il cosiddetto <<terrorismo nero>>) e degli attentati perpetuati dalle Brigate Rosse, l’Italia seppe risollevarsi con una reazione fortissima: fu la nostra coscienza civile ad istituire marce e giornate della memoria per ricordare le vittime della malavita. Il nostro paese ha avuto il coraggio di scrutare questo abisso per carpire –e capire- le dinamiche di simili organizzazioni criminali, come disse Falcone. Ma se siamo riusciti a sconfiggerle è perché sono <<uscite dal nascondiglio>>. Alla notizia della morte di Totò Riina, gli stessi mafiosi a lui storicamente affiliati hanno brindato: non solo perché consapevoli che la loro vita è stata profondamente distrutta da una tale alleanza, ma perché ora, grazie a quel nome fisicamente cancellato, possono tornare a nascondersi. E’ proprio questo il punto di forza delle mafie, grazie al quale riescono ancora oggi a sfuggire alle mani delle forze dell’ordine italiane: l’abilità di intessere relazioni pericolose agendo in incognito. I massimi esponenti della ‘Ndrangheta vengono chiamati <<uomini buoni>> dalle comunità, perché, nel loro essere perfettamente integrati nella società, a cui elargiscono servizi e favori, non possono che essere insospettabili. Poi capita che una famiglia malavitosa del Sud decida di fare fortuna al Nord, in un terreno dall’economia fertile, che promette ingenti guadagni. E il fenomeno, spostandosi, emigra nel Settentrione, magari anche a Brescello, piccolissimo comune della provincia di Reggio-Emilia famoso per essere stato set cinematografico dei film di don Camillo e Peppone, dove nessuno credeva potesse esserci un covo della ‘Ndrangheta, perché quegli <<uomini buoni>> concludevano appalti e avevano mogli modello che facevano pulizie nelle case dei vicini.

Alexandra Bastari, 5ALi

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LE COMMEDIE DI PLAUTO: UN TEATRO “CARNEVALESCO” DI GRANDE SUCCESSO

Non c’è nulla che possa mettere in discussione il grande successo del teatro di Plauto, se ancora ai nostri giorni possiamo leggerlo, apprezzarlo e persino assistere alla rappresentazione delle commedie più famose. Nato a Sarsina intorno al 250 a.C., Tito Maccio Plautus era probabilmente un attore della popolarissima “fabula atellana”, che, confrontandosi con il modello della commedia greca di età ellenistica, riuscì a dar vita a una forma di spettacolo che era particolarmente gradito al pubblico. Nelle 21 commedie che ci sono pervenute possiamo trovare tutti i tratti che caratterizzano il suo teatro, come la prevedibilità delle trame, i personaggi fissi e il ricorso a modelli greci: proprio per quest’ultima peculiarità, spesso in molti si sono posti la domanda sulle ragioni della straordinaria popolarità di un teatro  “tradotto” o riadattato da modelli “stranieri”.

            Partiamo con il dire che Plauto inserisce nei suoi testi numerosi elementi di originalità e novità, sia per quel che riguarda la struttura, che dal punto di vista linguistico. Quella plautina è la commedia dei “numeri innumeri”, ossia dell’infinita varietà di versi, ed è – o meglio era – una commedia per gran parte “cantata” o resa in recitativo, un po’ come avviene oggi nell’opera lirica. Per quello che riguarda il linguaggio, Plauto è un vero e proprio manipolatore della lingua latina e crea neologismi e giochi di parole; egli inserisce inoltre nei modelli greci, caratterizzati da una comicità riflessiva (l’ironia), l’“Italicum acetum”, il sapore italico e la comicità grassa e immediata della fabula atellana. Infine, tratto distintivo delle commedie di Plauto è l’intreccio, ottenuto grazie al ricorso alla “contaminatio” e cioè alla commistione di parti di commedie diverse su un modello base, per rendere la trama più accattivante e ricca di colpi di scena.

 

            La trama e i personaggi sono gli stessi in tutte le commedie e, nonostante possano sembrarci una scontata ripetizione, è proprio grazie all’uso degli schemi fissi e prevedibili che il teatro di Plauto ebbe uno straordinario successo. Il perché non è poi così difficile da capire; basta pensare alle odierne “telenovelas” o alle “serie” trasmesse quotidianamente in televisione: non troviamo forse in tutte gli stessi temi e le stesse situazioni? Come noi oggi, i romani amavano la prevedibilità, mentre non gradivano gli imprevisti. Una storia, un racconto, una commedia veniva quindi apprezzata maggiormente se il pubblico sapeva già dall’inizio quello che avrebbe ascoltato, letto o visto e se era sicuro che non ci sarebbero state sorprese, che lo avrebbero in qualche modo scosso o turbato. Ecco quindi come il dissidio iniziale tra il padre e l’adulescens, l’amore di quest’ultimo per una cortigiana, le successive peripezie e gli inganni orditi dal servus callidus al fine di aiutare il suo padroncino, la finale scoperta della beffa e il successivo perdono del padre verso il figlio, ripetuti sempre uguali e invariati in ogni commedia, siano stati la chiave essenziale del trionfo di Plauto.

 

            Un altro aspetto fondamentale che spiega la grande popolarità delle commedie plautine, era la loro attualità e l’immedesimazione  nei personaggi e nelle situazioni portate in scena. Sebbene le storie fossero ambientate in Grecia, in modo da poter trattare anche argomenti non plausibili secondo il mos maiorum, i temi affrontati intercettavano l’interesse del pubblico: il contrasto padre-figlio e servo-padrone, così come l’amore impossibile e ostacolato, trattati nelle commedie, erano motivi quotidiani, nei quali gli spettatori potevano in qualche modo riconoscere il proprio orizzonte culturale.

Il rispecchiamento nelle storie rappresentate sulla scena avviene però in modo deformato, potremmo dire rovesciato. Le commedie di Plauto si possono infatti paragonare ad una sorta di “carnevale”, che sospende i reali rapporti nella società, invertendo valori, abitudini e gerarchie sociali: stretta è quindi la relazione che esse hanno con i Saturnalia, festività celebrata il 17 dicembre che prevedeva lo sconvolgimento dei ruoli (i servi diventavano padroni e viceversa) e caratterizzata da libertà e spensieratezza.

Così andando a teatro,  ci si allontanava per un po’ dai problemi della quotidianità, e si vivevano momenti di puro divertimento. Se un giovane spettatore si rispecchiava nel dissidio tra padre e figlio, poteva per un attimo vedere soddisfatti aspirazioni e desideri che nella realtà era molto difficile realizzare, ma solo per il tempo dello spettacolo. Bisogna infatti ricordare che tutto alla fine tornava alla normalità: così i valori della famiglia e le barriere sociali restavano invariati e la violazione del codice di comportamento rappresentato dal mos maiorum era solo una sospensione piacevole, ma provvisoria.

Martina Mariani (3BSc).

Le immagini, realizzate da Irene Bellagamba (3BSc), sono tratte dal video “La mostellaria” (https://www.youtube.com/watch?v=f3eKk96kCFc&t=24s)

 

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ANDREJ LONGO E LA NAPOLI DE “L’ALTRA MADRE”: LO SCRITTORE INCONTRA GLI STUDENTI DEL LICEO MEDI

<<Lo vedi l’orizzonte?>> ha detto una volta un amico mio.
E mentre lo diceva ha indicato con la mano l’azzurro del cielo che si stagliava lontano mischiandosi col cielo.
<<Lo vedo, e allora?>>
<<E allora, a guardarlo da qua, pare che là in fondo ci sta la fine di ogni cosa. Però poi, quando ci arrivi, ti accorgi che non era la fine, ma solo l’inizio di un altro orizzonte>>.
<<E vabbuò,>> ho detto io <<ma questo è un fatto che lo sanno tutti>>.
<<Sissignore, ‘o sanno tutti, ma poi nisciuno s’ ‘o ricorda>>.

Stiamo parlando della primissima pagina del romanzo <<L’altra madre>> di Andrej Longo (Adelphi, 2016). Classe 1959, originario di Ischia ma risiedente a Napoli, Andrej fa lo scrittore come mestiere solamente da otto anni, ma ha già saputo farsi notare agli occhi della critica grazie proprio al romanzo in questione. Un accenno alla trama de <<L’altra madre>>: Genny ha sedici anni e lavora in un bar di Napoli dalle parti di via Toledo. Gli piace giocare a pallone e fare il buffone sul motorino, che sa portare a regola d’arte, esibendosi in slalom pericolosi per le vie della città. Sua madre è malata: passa le ore a fare tarocchi e orli ai jeans e ogni tanto, quando non riesce a respirare, si attacca all’ossigeno tra una sigaretta e un’altra. Tania invece ha solamente quindici anni e la sua vita è destinata ad incontrarsi tragicamente con quella di Genny: sarà proprio quest’ultimo, convinto dal suo amico Salvatore, a strapparle la vita durante uno scippo improvvisato. Ma alle spalle di Tania c’è sua madre, Irene, una poliziotta che è pronta ad ogni costo a fare giustizia…

Ospite del nostro liceo nell’ambito <<Letture fuori programma>>, Andrej Longo ha incontrato gli studenti nel pomeriggio di lunedì aprendosi a domande e curiosità.

Si è ispirato a qualcuno che conosce per scrivere la storia di Genny?

L’intero romanzo è una storia di finzione, ma i personaggi sono verosimili. Il Genny che mi ha ispirato aveva ventitré anni, lavorava in  un negozio di lampadari e aveva un amico che apparteneva alla Camorra, a cui venne ucciso il padre. Al nostro “Genny” venne chiesto di partecipare alla vendetta: avrebbe dovuto solamente guidare il motorino per le strade di Napoli con la stessa maestria di cui è capace il Genny protagonista del romanzo. Il ragazzo fu affascinato dalla realtà delinquenziale e diventò uno dei boss più temibili di Napoli nel giro di cinque anni. Dopo otto omicidi venne condannato all’ergastolo.

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Qual era la sua idea iniziale? L’intero romanzo avrebbe dovuto focalizzarsi solo sulla storia di Genny: volevo scrivere di cosa accade nell’animo della persona che commette il delitto. Tanti libri sono stati scritti dal punto di vista delle vittime. Io volevo scrivere del <<carnefice>>.

Nel corso della stesura ha cambiato idea, però. Il titolo ci parla di un’altra “madre”. Hanno una certa rilevanza i personaggi femminili nel suo libro. Sia a Tania che a Genny manca la figura paterna. Chiedersi se togliere o aggiungere qualcosa nella vita di un personaggio possa influenzare le loro azioni e le loro scelte è una domanda da scrittori. Il mondo è stato sempre governato dagli uomini e questo a Napoli ha portato dei risultati poco incoraggianti. Spesso sono le donne a crescere da sole i figli.

Perché la scelta di una poliziotta come madre di Tania? Per due ragioni: innanzitutto il suo dramma personale la pone in conflitto con la giustizia. Rapire Genny non è giusto davanti alla legge, ma è giusto per lei. In secondo luogo, cercavo un personaggio che potesse aprire un’indagine sul caso della morte della ragazzina e che sapesse usare la fisicità: una poliziotta che imbavaglia e prende a schiaffi quello che per lei è stato un assassino è decisamente più credibile rispetto a una casalinga.

Chi è, dunque, per lei l’altra madre? Può essere sia la madre di Tania, Irene, o la madre di Genny. Non è specificato. E’ un titolo che lascia un dubbio, proprio come fanno i protagonisti attraverso le loro scelte. Ma anche Napoli può essere <<l’altra madre>>: noi diciamo che la nostra città è la “madre buona o cattiva”…

E come vede le periferie di Napoli oggi? Il romanzo è uno sguardo sul mondo delle periferie napoletane. Stiamo parlando di una città moderna e antica allo stesso tempo. Se dieci anni fa il centro non era fruibile ai turisti come oggi, ora invece Napoli è una città vivace. Ma non nelle periferie. Queste, paradossalmente, non sono migliorate, ma sono abbandonate ad un degrado peggiore di quello in cui versavano dieci anni fa. Lo Stato ha contribuito al rinnovo dei centri storici, ha moltiplicato le associazioni culturali, ma ha accantonato il problema delle periferie. Centinaia di persone vivono in un ambiente poco civile per colpa dell’indifferenza dello Stato. E quando questo non c’è non esistono più diritti né doveri e bisogna adeguarsi.

Lei usa una tecnica narrativa molto particolare: utilizza un impasto linguistico fatto di italiano e dialetto napoletano, non offre al lettore troppi dettagli o indicazioni e passare da una pagina all’altra sembra come muoversi all’interno di una cinepresa che sposta il punto di vista da un personaggio all’altro.

Realismo significa raccontare storie verosimili, ma non mi piace dare troppe spiegazioni o inutili indicazioni topografiche. A volte sono superflue: il lettore sa già certe cose. Inoltre volevo concentrarmi sull’aspetto psicologico dei protagonisti. Inizialmente avevo optato per una narrazione in prima persona, poi ho preferito la terza, ma ho deciso di sporcala un po’ utilizzando la lingua viva del dialetto e la narrazione al presente: così è coinvolgente. Il passato in fondo è passato.

In questo si è ispirato a qualche autore in particolare? Noi abbiamo visto certi agganci allo stile di Verga e Pasolini.

 Forse il nodo con Pasolini sta nella vitalità e genuinità dei suoi personaggi, ma i ragazzi delle sue borgate sono forse più crudeli, benché non abbiano una totale consapevolezza. Genny invece sa che partecipare a quello scippo è una cosa sbagliata e si fa il segno della croce; compie il delitto ma poi lo respinge disgustato: sarà proprio questo rifiuto a farlo maturare.

Il finale è un po’ amaro, non crede? Forse perché è un finale aperto e nebbioso. Richiama l’<<orizzonte>> descritto nella prima pagina, che simboleggia una speranza per Genny, un finale che è l’inizio di un’altra storia. Ma non potevo andare oltre quel limite. Il dolore di una madre che perde sua figlia non è raccontabile. E’ una sofferenza che rimane dentro per tutta la vita e che non avrebbe potuto risolversi in due settimane, nell’arco di tempo della narrazione. Non poteva accadere altro tra Genny e Irene. Sarebbe stato finto.

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Ma uno scrittore non si sente un po’ crudele ad uccidere un personaggio? Uno scrittore dovrebbe amare i suoi personaggi tutti alla stessa maniera senza giudicarli. Uccidendo Tania le ho dato paradossalmente più vita: Genny si porterà dentro il suo ricordo per sempre.

Andiamo sul personale. Da dove nasce la sua passione per la scrittura?

Quando ero adolescente ero timido. Non mi offrivo mai volontario alle interrogazioni, però scrivevo molto bene, e questo i professori me lo facevano notare. Ho sempre scritto per esprimermi: storie, diari, poesie. Quando mi viene chiesto perché scrivo rispondo: <<E tu perché leggi?>>. Poter vivere altre vite al di fuori di se stessi è un’emozione indescrivibile. E scrivere dà emozione, e io voglio vivere emozionandomi. L’essere umano è portato a ricordare solo le cose che lo hanno emozionato, belle o brutte che siano. Alcuni eventi sono inaspettati e possono farci soffrire, ma dal dolore si può ricominciare.

Che consiglio dà a chi sogna di diventare uno scrittore o una scrittrice? Non credere mai che la scrittura sia un mestiere, ma un esercizio della curiosità. Tutti possiamo esercitarci, ad esempio spegnendo i cellulari quando siamo a cena con un nostro amico e ascoltare con interesse cosa ha da dirci: dobbiamo rispettare chi ci apre l’anima. E poi bisogna essere curiosi di scoprire, vedere e vivere qualcosa in più. Uno scrittore è colui che si chiede cosa c’è dietro ad una collina che oscura l’orizzonte.

Alexandra Bastari (5ALi)

 

 

 

 

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DIRITTI UMANI, UNA CONQUISTA DA DIFENDERE

 

IL NOSTRO LICEO DEDICA UNA MATTINATA ALLA RIFLESSIONE SUL TEMA ANIMATA DAGLI STUDENTI

A 70 anni dalla promulgazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sabato 9 febbraio gli studenti che hanno intrapreso percorsi di discussione e di riflessione sui“Diritti Umani” si sono ritrovati in Aula Magna per condividere i risultati di questa esperienza. Alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è stato dedicato un video realizzato da studenti e docenti con l’ideazione della prof.ssa Donatella Discepoli e la coreografia di Francesca Berardi.

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Dopo la lettura dei trenta articoli che la compongono, si è poi discusso dell’attualità della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nella cornice dell’Agenda2030, un programma d’azione in cui sono indicati 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile che bisogna raggiungere entro l’anno 2030. Essa è stata sottoscritta il 25 settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU.

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I ragazzi e le ragazze della 1BLi hanno evidenziato i punti di contatto tra l’Agenda in questione e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. La mattinata si è conclusa con l’intervento della classe 2BSc che ha proposto una riflessione su Amnesty International e sulle sue battaglie in difesa dei Diritti Umani.

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E’ stato inoltre proposto il video della classe 3 CSc che ha vinto il concorso “Pace è Volontariato”. L’iniziativa si è collocata all’interno delle celebrazione della giornata dei diritti, occasione per rafforzare la consapevolezza dell’importanza dei principi che devono essere alla base della nostra convivenza.

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Noi studenti, lavorando autonomamente, abbiamo avuto l’opportunità di approfondire i contenuti della Dichiarazione e di attualizzarla facendola dialogare con l’Agenda 2030. L’attività per noi ha rappresentato una importante esperienza di collaborazione e ci ha illuminato sulla nostra contemporaneità che ci chiama ad agire a difesa della sostenibilità e giustizia, e anche con estrema urgenza.

I ragazzi e le ragazze della 1BLi

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LA RIVOLUZIONE ANTROPOLOGICA DEL FASCISMO, RAZZISMO E ANTISEMITISMO

LO STORICO EMILIO GENTILE INCONTRA GLI STUDENTI  DI ALCUNE SCUOLE DI SENIGALLIA

Se ripensiamo al massacro della Shoah –ma in generale a tutti i massacri che ci portiamo sulla coscienza- non possiamo non immaginare l’uomo come un’impeccabile macchina dispensatrice di odio. In realtà, l’essere umano può distribuire anche amore, il sentimento più irrazionale e spontaneo per eccellenza. Ma sì, può farsi portavoce anche di un odio feroce, sentimento programmabile e spesso razionale, per mettere a punto la sua efficacia distruttiva nei confronti del nemico.
E’ la riflessione con cui ha esordito nella mattinata di sabato Emilio Gentile, tra i più illustri esperti di storia contemporanea del nostro paese, presso il Teatro La Fenice di Senigallia, davanti ad una folta platea di studenti dei licei Medi e Perticari e dell’istituto tecnico Corinaldesi, in occasione dell’evento intitolato La rivoluzione antropologica del fascismo, razzismo e antisemitismo.

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Nulla di paragonabile all’orrore nazista si è mai verificato nella storia dell’uomo: un insulso e razionale –razionalissimo- progetto di odio, germogliato per di più nel centro dell’Europa illuminista.  <<Il concetto di razza ha basi scientifiche, ma gli studi portati avanti non hanno certamente inclinazioni antisemitiche. Essi vennero solamente travisati dalle figure che ben conosciamo: Adolf Hitler e Benito Mussolini>> -ha spiegato Gentile. Nell’Ottocento, -che aveva risentito dell’influsso illuminista del secolo precedente- la teoria dell’evoluzione di Darwin constata infatti l’esistenza di innumerevoli specie viventi in lotta per la sopravvivenza. Solo una, per una speciale adattabilità a clima e ambiente, è stata però in grado di sopravvivere: la razza umana. Quella che prende però corpo nel Novecento è l’idea di un’identità dovuta alla composizione del sangue, portata avanti dall’erronea convinzione che la scienza giustifichi una gerarchia tra le razze, e che quella umana possa essere suddivisa in sottocategorie: l’uomo bianco, l’uomo nero, l’uomo giallo, l’uomo rosso. E’ il primo, quello europeo, che aveva dominato fino ad allora l’85% delle terre emerse, che risponde al modello estetico neoclassico: fisici scolpiti come la statuaria greca, culmine dell’armonia e della perfezione indissolubilmente legata alla bellezza interiore (kalòs kai agathòs), capelli biondi e occhi azzurri.  <<L’antisemitismo politico si manifestò come una religiosità pagana a cui gli stati, poco a poco, si convertirono>> – ha continuato lo storico. Non possiamo non portare a questo proposito l’esempio dell’Italia.

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Nonostante l’antigiudaismo cattolico (gli ebrei, per la Chiesa, avevano ucciso Cristo) e benché diffusa l’opinione popolare del giudeo usuraio, nei primi decenni del Novecento non sono presenti forme di odio sistematico o il pensiero che dopo secoli di diaspora la componente ebrea italiana debba cercare una patria altrove. D’altronde, gli stessi ebrei erano stati protagonisti del nostro Risorgimento (Ernesto Nathan, Sidney Sonnino sono solamente due dei loro nomi), e lo Statuto Albertino del 1848 aveva eliminato ogni forma di discriminazione possibile.

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Allora perché l’Italia si fece coinvolgere nel massacro? Dobbiamo a questo punto parlare di compartecipazione: Mussolini era stato certamente condizionato dall’alleanza con la Germania, ma aveva stilato le legislazioni antisemite in maniera autografa e cosciente, nonostante nella sua vita avesse avuto diverse amanti ebree, tra cui l’attivista e politica russa Angelica Balabanoff e la storica dell’arte Margherita Sarfatti, che gli inculcò il culto della romanità. Negli Anni Venti Mussolini si fa <<seminatore>> di una nuova razza, padre di tutte le infanzie, il <<capo deciso>> di un’Italia forte, mitica, imperiale, proprio come la Roma di Augusto. Nel 1926 dichiara di voler operare una trasformazione del carattere interiore degli italiani, correggerli da <<qualcuno dei loro difetti tradizionali>>, ossia dalle manchevolezze impresse nel loro animo corrotto dalle vicissitudini del loro passato e della loro storia, fatta, dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente in poi, di servilità e di dominio straniero. Molto prima della degenerazione del fascismo è quindi già radicata l’idea di una <<rigenerazione>>, della creazione di una razza nuova di guerrieri dominatori, dove vengono meno le attitudini personali per lasciare spazio a un modello da seguire: quello del cittadino-soldato imbottito dal culto della guerra. Anche le donne diventano <<donne-coloniali>> che devono assimilare lo spirito guerriero da trasmettere ai propri figli (i quali non faranno in tempo neppure a nascere che già saranno tesserati al partito fascista).

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Fino ad allora l’Italia aveva conquistato l’Eritrea, parte della Somalia e poi la Libia, ma il <<meticciato>> non era mai stato un problema (anzi, più che la componente erotica delle relazioni, veniva sottolineata quella sentimentale). Neanche con Faccetta Nera, brano composto in occasione dell’invasione dell’Abissinia (Etiopia) ed erroneamente considerato l’inno degli orrori fascisti, il nostro Paese aveva avuto intenzioni di dominio spietato e incontrollato.  La diffusione dell’odio razziale fu quindi un processo graduale che andò manifestandosi attraverso un atteggiamento di diffidenza: tra la razza conquistatrice e quella conquistata bisognava mantenere una rigorosa separazione. Iniziano ad apparire i primi squallidi simbolismi razzisti nelle cartoline coloniali: soldati che comprano schiave nere per appagare appetiti sessuali o intere popolazioni soffocate con l’impiego di gas chimici.  E’ il volto più <<animalizzato>> del razzismo novecentesco, rafforzato, nel cuore dell’Europa, in Germania, dalla potenza dei discorsi di Adolf Hitler: gli ebrei, il grande nemico dell’umanità, dipinti come insetti nocivi, ragni velenosi, corruttori di donne caste, che avevano però contribuito allo sviluppo della cultura tedesca (tra cui lo scrittore ebreo Heinrich Heine). Di riflesso, il nemico viene ufficializzato anche in Italia: ne Il Manifesto della razza, pubblicato nel luglio 1938, il punto 9 recita: <<Gli ebrei non appartengono alla razza italiana>>. Nelle scuole migliaia di cattedre e di banchi rimangono improvvisamente vuoti: professori e studenti spariscono per scappare da quelle immagini e caricature intrise di odio immeritato.

 

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<<Se fossimo ciechi e sordi non percepiremmo le caratteristiche fisiche che ci differenziano per trasformarle in distinzioni qualitative di fondo>> -ha proseguito Gentile- <<Se tu non conosci il razzismo, ma vedi queste immagini, dove c’è la perfezione europea con il suo armonioso profilo greco-romano, e poi accanto l’ebreo e poi ancora lo stereotipo del nero assimilato ad una scimmia, tutto cambia. Le immagini sono pericolose perché il razzismo nasce attraverso le immagini.>>

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Ma non fu una perversione solamente tedesca e italiana. Anche la Francia –la stessa società libera e repubblicana che aveva redatto la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino nel 1789 come eccelso punto fermo nel corso del ventennio rivoluzionario- era abbagliata dallo stereotipo dell’ebreo deformato che non ha patria né nazione, quindi pronto a tradire senza scrupoli pur di avere un proprio <<habitat>> (l’unica colpa di Alfred Dreyfus, militare francese condannato per presunto tradimento, era quella di essere ebreo).

Ma di questi peccati si macchiò anche il comunismo (che potrebbe gareggiare senza timori con il nazismo per il numero di vittime causate, ndr): Marx utilizzava la parola ebreo come insulto e le persecuzioni antisemite in Russia erano iniziate già dal 1905. Ma tutte queste distinzioni tra destra, sinistra, nazismo, fascismo e comunismo sono forse superflue: ogni corrente di pensiero politico, ogni partito, uno ad uno, sembrò unirsi ad un altro in un gomitolo inestricabile per cadere nella logica delle leghe antisemite.
<<I regimi totalitari abituano il popolo all’indifferenza>> -ha concluso Gentile- <<Il passato quello che poteva fare di male lo ha già fatto. Il presente lo viviamo e il futuro non lo conosciamo. Ma per cambiare la storia dovremmo rinnovare una speranza: l’uomo non è geneticamente portato solo all’odio, ma anche all’amore.>>

Alexandra Bastari, 5ALi

 

Pubblicato in: Cittadinanza attiva

I DIRITTI UMANI OGGI, LUCI ED OMBRE

IL PROFESSOR DI COSIMO OSPITE AL LICEO MEDI IN OCCASIONE DEI SETTANT’ANNI DELLA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO

<<Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti.>> Oggi più che mai torna a far riflettere il primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, firmata dall’Assemblea Generale dell’ONU ben settant’anni fa, il 10 dicembre 1948 a Parigi. A spiegare l’influenza che questo documento ha ancora, dopo ottant’anni dall’applicazione delle leggi razziali, è stato Giovanni Di Cosimo, professore ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Macerata, nella mattinata di martedì scorso presso l’Aula Magna del nostro liceo in occasione di un ciclo di conferenze intitolato I Diritti Umani oggi: luci ed ombre.
<<Una precisazione è d’obbligo>>- ha esordito il professore- <<Il diritto costituzionale ha a che fare con i diritti umani. È fondamentale nella nostra società e nella vita quotidiana, dove anche un contratto di compravenduta diventa uno scambio giuridico con le sue norme e le sue regole inviolabili.>>

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Ma perché dal 1948 siamo chiamati ad interiorizzare una serie di principi e di valori cardine che ci facciano da guida, ai quali siamo legati da un sentimento di responsabilizzazione? Perché all’affermazione dei diritti umani (termine con cui si esprime una dimensione internazionale, che trascende la divisione territoriale nazionale), dei diritti fondamentali (interni ad un Paese) e all’approvazione delle costituzioni nazionali si è giunti grazie ad un <<sentimento di dovere soprattutto occidentale>>, come lo ha definito Di Cosimo.

Il percorso è senza dubbio lungo e pieno di intralci e ha legami inscindibili con la storia: comincia infatti il 15 giugno 1215, quando il re inglese Giovanni Senzaterra è costretto ad accettare e a sottoscrivere a Runnymede, nei pressi di Windsor, la Magna Charta Libertatum, cedendo alle richieste di un gruppo di baroni insofferenti alla corona. Il documento –oggi conservato alla British Library di Londra in quattro copie originali- garantì da quel momento in poi la tutela dei diritti della chiesa, la protezione ai baroni dalla detenzione illegale e la limitazione sulle tasse feudali alla corona, in un’epoca in cui il sovrano era dichiarato esente da quell’insieme di regole e norme imposte ai propri sudditi.
Il secondo passaggio avviene invece alla fine del Settecento, in un clima generalmente positivo che vede una crescita demografica e lo sviluppo della produzione agricola, dell’industria e dei traffici commerciali. Due grandi eventi sconvolgono gli equilibri internazionali: la Rivoluzione Americana (1775 – 1783) e la Rivoluzione Francese (1789 – 1799). La prima –che sancisce la nascita degli odierni Stati Uniti nel 1776 con la Dichiarazione d’Indipendenza Americana– ha indiscutibilmente un obiettivo polemico: le 13 colonie britanniche dell’America Settentrionale si oppongono alla madrepatria per aver introdotto nuove tasse senza consultare le assemblee locali. Non si tratta solamente di asprezza delle politiche fiscali: la ribellione delle colonie ci insegna, ancora oggi, che la legge non è infallibile e, se pericolosa e ingiusta, può essere contestata in nome di un valore più alto: dei diritti che non possono essere violati da nessun potere politico. La seconda rivoluzione –decisamente ben più nota nel nostro quadro europeo- tramanda invece un principio quasi opposto: la legge, nel suo essere espressione suprema della volontà generale, è intoccabile. Dal 1789 in Francia il tentativo di realizzare ideali dell’Illuminismo come la sovranità popolare e i diritti inalienabili portò alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, elaborata nello stesso anno. Gli articoli numero 1 (<<Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune>>) e numero 16 (<<Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri stabilita, non ha una costituzione>>) sanciscono l’importanza della tutela dell’uguaglianza sociale e della separazione dei poteri come testimonianza di un’effettiva organizzazione dell’ordine pubblico, magistralmente garantito dall’esistenza della costituzione, la <<madre>> di tutte le leggi e l’apogeo della democrazia e dell’unione nazionale.

E’ proprio nel Novecento che, però, nascono o si rinnovano la maggior parte delle costituzioni europee, in seguito all’esperienza tragica della Seconda Guerra Mondiale. In Italia, la risposta alla dittatura fascista arriva il 2 giugno 1946 quando, attraverso un referendum, i cittadini (e ora anche le cittadine!) italiani eleggono l’Assemblea che redigerà la nuova costituzione, in vigore dal 1 gennaio 1948. Tra i 139 articoli, il numero 49 si propone di scongiurare l’eventualità che i diritti politici dei cittadini vengano calpestati, come avvenne invece con la Legge Acerbo del 1923, un meccanismo elettorale profondamente squilibrato con il quale Mussolini assicurò al proprio partito una solida maggioranza parlamentare.
<<Sebbene le costituzioni abbiano inaugurato nella storia dell’uomo un periodo decisamente più luminoso, non sono esenti da ombre e contraddizioni che dovrebbero allarmarci>> -ha continuato il professor Di Cosimo. Un esempio dei nostri giorni: la Francia, nel 2015, ha macchiato la sua società libera e democratica restringendo diversi diritti dei cittadini per controllare in maniera più capillare il pericoloso diffondersi del terrorismo internazionale che sta quasi paralizzando l’Europa (e non solo). Ma anche l’Italia ha le sue colpe: nel 2016 il nostro Paese è stato infatti condannato dalla Corte EDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) per la privazione della libertà personale di alcuni migranti condotti presso il Centro di Soccorso e Prima Accoglienza (CSPA) dell’isola di Lampedusa.
Anche se in continua evoluzione, i diritti umani rimangono sacri e la loro violazione, attraverso le forme più disparate, può minacciare categorie di persone particolarmente indifese. Quindi, oggi più che mai, siamo chiamati a mantenere lo stesso senso del dovere e di responsabilità di settant’anni fa, quando, assieme ad altri 47 membri firmatari, abbiamo giurato che in nome di linee di condotta ben definite che avremmo agito <<gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza>>.

Alexandra Bastari, 5ALi

 

Pubblicato in: Riflessioni

PER ASIA…

A distanza di due mesi dall’assenza di Asia, il dolore, anche se più sopportabile, rimane sempre cocente dentro di noi. Quella sera del 7 dicembre scorso eravamo, noi amiche (Asia, Alessia, Ilaria, Ludovica, Sofia), felici ed emozionate, non vedevamo l’ora di andare alla Lanterna Azzurra per divertirci ballando e cantando insieme. Ci siamo riunite tutte a casa di Ludovica per fare il “pre”, truccarci, vestirci, ascoltando Ozuna, il suo cantante preferito e ballando come pazze.

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Riguardando i video di quel momento, risentiamo la sua voce piena di allegria, spensieratezza e agitazione, rivediamo la felicità che provava nel passare quella notte con noi. Una volta pronte, siamo partite verso la discoteca, in 6 in una macchina da 4, strette come sardine.

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Appena entrate, abbiamo iniziato subito a ballare, c’era molta gente e a malapena ci riuscivamo. Dopo poco è successo tutto. Paura, terrore, panico…

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Eravamo tutte, tranne lei, ma il pensiero che non ci saremmo più riviste non ci era nemmeno passato per la testa. I giorni successivi alla tragica notizia sembravano non finire mai, in classe c’era un’aria irrespirabile, ci sostenevamo a vicenda. Ancora oggi a volte fissiamo il suo banco vuoto, pieno di nostre foto con lei, la vediamo lì seduta, con le mani tremolanti, perché non vedeva l’ora che arrivasse la ricreazione, per incontrare il ragazzo che le piaceva tanto, quel ragazzo che, come diceva lei, solo con un sorriso la faceva stare bene.

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La ricorderemo sempre con i suoi occhioni blu, la sua voglia di vivere ogni giorno a pieno, senza farsi scappare niente, e prendendo con leggerezza tutto ciò che le accadeva.

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Insieme ad Asia vogliamo ricordare e piangere le altre vittime di questa immane  tragedia: Emma, Benedetta, Mattia, Daniele e mamma Eleonora.

      Alessia, Ilaria, Ludovica (a nome di tutta la classe 1BLi)