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CONTRO LA VIOLENZA E IL DISARMO NUCLEARE. IL PREMIO NOBEL PER LA PACE LISA CLARK OSPITE DEL LICEO MEDI

Ne abbiamo vissute tante, di guerre, sia dalla parte del carnefice che da quella delle vittime. Eppure ancora ci chiediamo come si possano evitare gli esiti traumatici degli scontri, l’autodistruzione totale. Porsi a mediazione tra le parti per evitare che un disaccordo sfoci in un conflitto violento: questo l’obiettivo a cui Lisa Clark, attivista della Campagna Internazionale per la messa al bando delle armi nucleari (ICAN) e neolaureata Premio Nobel per la Pace, ha dato voce nell’incontro con gli studenti del Liceo Medi nella mattinata di lunedì 18 dicembre.

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<<Costruire la pace senza le armi è possibile>> dice la Clark, vissuta nella fredda Sarajevo degli anni Novanta sotto assedio. <<E’ una realtà diversa, quella della guerra, quando la vivi dalla parte di chi le bombe e le pallottole le riceve. Sapevo di essere contro la guerra, ma non l’avevo ancora vissuta assieme alle vittime. A Sarajevo ho imparato a capire la guerra con il cuore e le viscere.>> E’ difficile, quasi impossibile riparare ai danni delle guerre nucleari. I ricordi delle due bombe atomiche sganciate ad Hiroshima e a Nagasaki settantadue anni fa sono tra i più dolorosi della storia del Novecento, con tutti i migliaia e i migliaia di morti e con tutti i viventi condannati ad una morte dilazionata, come Sadako Sasaki, deceduta di leucemia dieci anni dopo lo scoppio della bomba, una delle tante vittime di radiazioni a <<scoppio ritardato>>.

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Un nuovo tentativo di prevenzione è stato rinnovato dall’International Peace Bureau (IPB), di cui Lisa Clark è la co-presidente. Nato nel 1891 e insignito del premio Nobel nel 1910, l’IPB si impegnò ad evitare lo scontro della prima guerra mondiale, fallendo. <<Il nuovo obiettivo che mi propongo per l’International Peace Bureau>> -afferma Lisa -<<è creare reti tra associazioni di diversi paesi e diversi continenti. Non può essere una campagna eurocentrica, soprattutto in questo momento storico dove le paure peggiori non provengono dall’Europa.>>

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Sebbene il nucleare sia quantitativamente diminuito (si contavano 67mila bombe atomiche alla fine degli anni Ottanta e solamente 15mila al giorno d’oggi), queste nuove promozioni per il disarmo non possono essere estranee all’umanità intera. <<Dobbiamo iniziare a conoscere le somme per fermare, assieme, i governanti che vogliono procedere con aggressione>>. Le cifre vengono dallo Stockholm International Peace Research Institute: 1686miliardi di dollari investiti in spese militari contro solamente i 2.5miliardi impiegati a supporto di associazioni benefiche e aziende umanitarie. Un furto ai danni dell’umanità , quindi, da sempre influenzata dall’idea che solamente abbracciando la violenza si possa dominare il campo. <<E’ necessario pertanto riconvertire le spese militari per risolvere le vere crisi umanitarie.>> -ha detto la Clark agli studenti- <<Anche quando non vengono usate, le armi sottraggono preziosi fondi, come quelli per l’istruzione. E solamente un luogo come la scuola può formare cittadini che contribuiscono alla pace, riconoscendo le differenze e risolvendo i conflitti in maniera non violenta.>>

Alexandra Bastari (4ALi)

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CAFFÈ BACH AL PERGOLESI DI JESI. UNA MISCELA UNICA E INEDITA DI OPERA LIRICA, CIRCO, MUSICA CLASSICA ALL’INSEGNA DELL’IRONIA

Una rappresentazione singolare con artisti che sono anche cantanti e musicisti e persino pattinatori, una fusione tra opera lirica, musica classica e circo. Questo, in estrema sintesi, è il Caffè Bach, una CircOpera da camera in un atto, scritta da Giacomo Costantini sulle musiche di Johann Sebastian Bach, rielaborate da F. Bettoli, S. Carloni e Andrea Cappelli.

 

Lo spettacolo, al quale hanno preso parte insegnanti, studenti e personale del nostro liceo, è andato in scena al Pergolesi di Jesi lo scorso 29 novembre nell’ambito dell’“Anteprima giovani”, una rassegna pomeridiana, riservata alle scuole. Nella nostra scuola è ormai una tradizione consolidata grazie all’iniziativa della prof.ssa Anna Annibali promotrice del progetto “Ragazzi all’opera”.

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Ma torniamo allo spettacolo, un lavoro collettivo con una molteplicità di protagonisti in tutti i ruoli e in tutti i livelli. Straordinario ammirare come il canto e il pattinaggio si possano unire, come se si trattasse di un connubio naturale.

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Gli esercizi classici di giocoleria sono quelli più stupefacenti per difficoltà e per l’effetto che provocano sul pubblico. L’opera è semplice e comica, ma riflette molto della realtà sociale dell’epoca quando il caffè era una bevanda esotica e una donna che voleva berlo non era ben vista. Si raccontano storie semplici: la storia di un padre che rimprovera la figlia di essersi abbandonata al terribile vizio di bere caffè, dal quale dovrà disintossicarsi prima o poi se vorrà sposarsi. La fanciulla sembra obbidire all’ordine paterno, ma nel contratto di matrimonio pone la clausola che, dopo essersi sposata, potrà bere tutto il caffè che vuole. Caffè Bach nasce per confrontare la scrittura contemporanea con il modello bachiano e il linguaggio dell’opera con quello del circo contemporaneo.

Consulo Centurelli 3BLi

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VOCI DI DONNE CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE

LE TESTIMONIANZE DI DACIA MARAINI, DI ANNARITA CALAVALLE E DI LUCIA ANNIBALI IN OCCASIONE DELLA GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Iniziamo con il mettere due punti fermi. Il primo è dopo un “no”. No, non si può più tollerare la violenza sulle donne. E poi dopo un “sì”. Sì, è indispensabile una giornata contro la violenza sulle donne che viene celebrata il 25 novembre di ogni anno. A raccontarlo sono i numeri: secondo le ultime stime Istat le donne che subiscono maltrattamenti sono circa 6,7 milioni solamente in Italia. Di queste, circa il 16% ha subito atti in grado di metterne a repentaglio la vita, percentuale che si alza al 20% se si aggiungono anche la percentuale legata allo stupro e al 31% se, a queste cifre già drammatiche, si considerano violenze fisiche come maltrattamenti che portano a lesioni fisiche gravi e gravissime (fonti Istat).

FEMMINICIDIOA ricordare questo tema toccante quanto straziante è Cronaca di un amore rubato, monologo che Federica Di Martino ha tratto da un racconto di Dacia Maraini, Cronaca di una violenza di gruppo, presente nella raccolta L’Amore rubato. In scena c’è un’“anima morta” che racconta le ferite sul corpo e nella mente riportate dopo uno stupro di gruppo. Stupro mai condannato: i colpevoli sono stati tutti assolti, malgrado i testimoni, malgrado lei abbia trovato il coraggio di denunciare i suoi aggressori: quattro liceali hanno sequestrato una ragazzina di tredici anni e hanno abusato di lei, per ore, lasciandola stordita e sanguinante.

Sulla strada provinciale la soccorre un prete che passava di lì per caso in automobile e che la porterà al pronto soccorso. Nell’interpretare il monologo, Federica Di Martino così esprime le sue considerazioni: “Dacia Maraini ci racconta la Cronaca di una violenza di gruppo facendo parlare tutti i protagonisti. […] Ma la bambina no… la bambina vive nella storia solo attraverso le parole degli altri. Questo mi ha colpito e mi ha spinto a desiderare di mettere in scena il racconto. Che vita può avere una ragazzina dopo aver subito uno stupro a 13 anni? Forse nessuna. Forse la sua anima si ferma in quel momento e in quel momento muore per sempre. […] Una ragazzina che ha perso quel giorno il suo posto nel mondo …
un mondo fatto di “persone per bene”, un mondo dove i colpevoli hanno voce.
 Dove i colpevoli possono vivere liberi.”

Per celebrare questa giornata, i ragazzi del Liceo Statale Medi di Senigallia si sono recati presso il cinema il Gabbiano dove hanno avuto un incontro toccante con la professoressa Annarita Calavalle, che trentacinque anni fa ha subito l’aggressione violenta del fidanzato che le ha sparato alla mandibola. La sua grinta è motivo di esempio perché invece di piangersi addosso ha ricostruito la sua vita con audacia e senza odio nei confronti del suo aggressore. A seguire è stato proiettato il film “Io ci sono – La mia storia di non amore”, scritto da Lucia Annibali, un film che ricostruisce una rinascita dolorosa eppure essenziale che ha investito Lucia dopo che è stata vittima di un gesto tanto orribile quanto vigliacco. E’ un’immersione totale nel percorso straziante della Annibali, che all’inizio del film viene colpita dall’attacco con l’acido e poi in una serie di flashback ci viene mostrata mentre continua il suo percorso verso la guarigione parallelamente al racconto della storia d’amore passata con Luca Varani.

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Un viaggio nella violenza, nell’orrore, che provoca sdegno, rabbia, una sofferenza intensa ma che in qualche modo non si abbandona mai al moto della pietà.  Io ci sono rende omaggio alla forza personale della Annibali, ricostruendone con chiarezza il coraggio, l’ironia e la capacità di piegarsi senza spezzarsi fino a diventare testimone importante del profondo senso di abominio che la violenza sulle donne provoca o dovrebbe in tutti i casi provocare e di come si possa rispondere anche al crimine più efferato tornando piano piano a vivere.

Consuelo Centurelli (3BLi)

 

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I RAGAZZI DEL MEDI A SCUOLA DI DEBATE ALL’IIS SAVOIA BENINCASA

Venerdì 24 novembre i ragazzi della 2Csa e 2B-sc del nostro liceo si sono recati all’Istituto di Istruzione Superiore Savoia Benincasa di Ancona per sperimentare il debate, una pratica didattica molto diffusa nelle scuole, che consiste in una discussione tra studenti che si confrontano su un tema particolare.

La giornata prevedeva due attività: nella prima i ragazzi del Medi hanno assistito al debate dei ragazzi di una terza linguistico del Benincasa per capire come funziona il dibattito e come si articola; nella seconda le due classi, guidate sempre dai tutor del Benincasa, hanno provato a mettere in pratica quanto appreso nella prima fase.

Ma come funziona un debate? Quali sono gli ingredienti fondamentali? Innanzitutto il Topic, vale a dire il tema della discussione e poi il CLAIM un’affermazione legata al topic che verrà discussa da due squadre, una pro e una contro. Queste hanno a disposizione venti minuti per documentarsi su topic e claim ed elaborare quante più argomentazioni possibili a favore o contro con relative prove. Nel debate un ruolo importante è quello del moderatore, ovvero di colui che introduce gli interventi degli speakers, ma la parte decisiva del debate è costituita dal verdetto della giuria, composta da quattro persone, il cui compito è quello di prendere attentamente appunti durante la discussione per valutare poi i ragazzi attraverso una griglia di valutazione, che tiene conto di diversi aspetti, come il modo di porsi mentre si espone, fondamentale per attirare l’attenzione del pubblico ed essere convincenti, l’uso di esempi, prove e dati che rendano credibile la propria opinione e il lessico usato.

Per quanto riguarda la durata, l’attività prevede quattro fasi: tre di argomentazioni, ognuna da un minuto, in cui le squadre presentano le loro opinioni corredate da prove convincenti, e una di stoccata finale, in cui ciascun oratore elabora ed espone un discorso riassuntivo e rafforzativo a sostegno della propria tesi.

Perché fare il debate a scuola? I ragazzi che lo hanno sperimentato, lo ritengono utile e stimolante per almeno ragioni: in primo luogo, per imparare a formulare le proprie opinioni, svilupparle, saperle difendere e riuscire a confrontarsi con chi la pensa diversamente; inoltre il debate migliora la fluidità del parlato ed è quindi un buon modo per allenarsi ad esprimersi in pubblico; infine è molto formativo, perché ascoltare il punto di vista degli altri o assumere come proprio un parere che non si condivide favorisce l’apertura mentale e il dialogo.

Chiara Procicchiani, 2CSa

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L’URLO DI PASOLINI TRA ANTICONFORMISMO E “IRRAGGIUNGIBILITA’”

Una riflessione a tutto tondo sull’intellettuale e poeta più scomodo della letteratura italiana al centro del Convegno di Scandicci (FI)  a cui hanno preso parte alcuni studenti del nostro liceo

Lo scorso 24 Novembre alcuni studenti del nostro Liceo hanno partecipato al Convegno su Pasolini (Pier Paolo Pasolini. “E’ impossibile dire che razza di urlo sia il mio”) tenutosi presso il Teatro Aurora di Scandicci (Firenze), assieme a 1000 studenti provenienti da tutta Italia. Al centro del convegno gli interventi di V. Capasa, docente di materie letterarie nei licei e collaboratore del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bari, e del poeta, scrittore, nonché professore, Davide Rondoni, fondatore e direttore del Centro di Poesia contemporanea all’Università di Bologna.

Il primo ha presentato Pasolini come un poeta che riflette nei suoi scritti su una società che sta cambiando. Secondo Pasolini l’uomo nella società borghese si civilizza perché diventa consumatore di BENI SUPREMI. L’intellettuale friulano aveva già intuito quello che sarebbe stato ed ora è, alla base della società odierna definita iperconsumistica, che si fonda sull’USA e GETTA. Capasa ha messo in evidenza un aspetto importante del pensiero di Pasolini: il Potere con la p maiuscola è quell’istituzione che ha prodotto come risultato l’UNIFORMITA’ DELLA FOLLA. La gente, le persone, la folla, i ragazzi sono omologati perché il potere lo vuole. La televisione detta la legge del comportamento di un uomo provocando una vera e propria mutazione antropologica. L’aspetto tragico è che l’omologazione si impone anche sul piano del vissuto. Gli uomini, pur essendo tutti uguali, sono costretti ad essere interiormente diversi anche se l’anima è stata pervasa da un’ARIA INVADENTE e soffocante. Pasolini però, ama FEROCEMENTE la vita e non vuole che l’amore diventi un oggetto e quindi destinato ad essere consumato. Proprio perciò Pasolini raggiunge il CONFORMISMO attraverso l’ANTICONFORMISMO. Pasolini definisce la nostalgia come un REPRESSO GEMITO, perché nella nuova era le fragilità dell’essere umano non sono ammesse tanto che non si riesce più a percepire la sacralità della vita.

Come dice Alessandro D’Avenia, essere fragili è un’arte e sono proprio i nostri limiti che ci rendono diversi. L’uomo, quindi, deve riuscire ad amare le proprie fragilità: solo così riuscirà ad amare anche la vita.

Dopo una breve pausa, ha preso la parola il poeta Davide Rondoni che ha presentato Pasolini come un genio e un pedofilo. Già da questa affermazione si può capire che il tono con cui il poeta ha affrontato Pasolini è stato provocatorio e più critico rispetto a quello del professor Capasa. Rondoni sostiene che ogni uomo sia uno SCANDALO e invita a cercare, trovare e vivere lo SPLEEN, cosa che fecero sia Leopardi che Baudelaire. Anche Pasolini riuscì a trovare e vivere il suo SPLEEN che era caratterizzato dalla CONTRADDIZIONE. La contraddizione porta squilibrio nell’animo umano ma la letteratura ci insegna che è uno degli aspetti che ha affascinato, e che ancora affascina, gli scrittori e i poeti che sono riusciti a partorire grandi capolavori. Molti intellettuali, però, credono che l’equilibrio debba essere sempre ripristinato ma, come dice Vito Mancuso, “IL COSMOS E’ IL RISULTATO DI LOGOS+CAOS”.

Pasolini credeva che la sua contraddizione potesse essere risolta attraverso lo specchio di se stesso, ma il suo narcisismo gravò sulla sua personalità tanto da rendere il suo animo frustrato e alla continua ricerca dell’IRRAGGIUNGIBILITA’ che ebbe anche risvolti di natura sessuale. Pasolini era convinto che essere molto amato medicasse alla solitudine, ma l’unica cosa che purifica il mondo e che ti guarisce dal dolore è AMARE. Pasolini ha preferito dire più IO piuttosto che qualche TU che lo hanno portato a urlare a nome di una SOLITUDINE COLLETTIVA. Dopo l’intervento del poeta Rondoni il convegno si è concluso con alcune domande degli studenti alle quali i due intellettuali hanno risposto. Penso che sia stata una bella esperienza che ci ha dato la possibilità di scoprire in profondità il pensiero di un autore come Pier Paolo Pasolini che molto spesso viene spiegato frettolosamente fra i banchi di scuola o del tutto ignorato.

Camilla Manieri, 4BSc

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CONTINUA IL GEMELLAGGIO CON IL LICEO VARANO DI CAMERINO

I RAGAZZI DI CAMERINO OSPITI DELLA 5BSc DEL NOSTRO LICEO

Entusiasmo, amicizia e solidarietà. Sono queste le parole che descrivono in maniera emblematica l’esperienza di gemellaggio tra il nostro liceo e il liceo Costanza Varano di Camerino. Questo progetto ha coinvolto in particolare le due quinte del liceo scientifico di Camerino e la 5BSc del Medi e si è svolto in due fasi: la prima giovedì 19 ottobre e la seconda martedì 14 novembre. A ottobre i ragazzi della 5BSc si sono recati a Camerino per incontrare i nuovi amici del liceo gemellato e visitare i luoghi colpiti dal sisma di agosto e di ottobre dello scorso anno. camerino2Dopo aver assistito ad una lezione sulla geologia marchigiana tenuta dal professor Pietro Paolo Pierantoni dell’Università di Camerino, hanno avuto la possibilità di andare a Colfiorito ed osservare da vicino la faglia attiva del sisma. Una testimonianza evidente di come la roccia si fosse mossa di pochi centimetri scivolando sul piano parallelo sottostante.

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Conoscere la “fragilità” del nostro territorio non è stata un’esperienza di poco conto, soprattutto perché molto spesso questa non è sufficientemente approfondita dai programmi scolastici. Inoltre è stato senza dubbio utile comprendere le cause geologiche del sisma che ha devastato il centro Italia, assistendo prima ad una vera e propria lezione universitaria e verificando poi la faglia con i propri occhi a Colfiorito. Una giornata, dunque, all’insegna non soltanto del divertimento e dell’entusiasmo (che ha da subito accomunato gli studenti di entrambi i licei) ma anche della formazione sulla morfologia del territorio marchigiano.

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Nella giornata di martedì 19 novembre, invece, le classi del liceo Varano sono venute a Senigallia ed hanno assistito alla lezione tenuta dal professor Marco Ferretti sulla conformazione del nostro territorio e in particolare del tratto costiero di Senigallia.
È stato proprio questo il filo conduttore delle due giornate: conoscere i luoghi in cui viviamo, studiati da geologi di tutto il mondo per la loro specificità. L’esperienza si è conclusa con un pranzo “home made”, a testimonianza del fatto che la solidarietà, da cui era partito tutto il progetto, si sia poi tradotta nell’impegno di studenti e professori ma soprattutto in un’occasione di amicizia sincera tra i due licei. Durante il pranzo, infatti, i ragazzi hanno potuto confrontarsi scoprendo molti interessi in comune, al punto tale da rimanere in contatto sui social anche al termine dell’esperienza. Chissà se alcuni di loro si incontreranno di nuovo l’anno prossimo all’università, magari come compagni di corso alla facoltà di geologia?

Linda Olivetti, 5BSc

 

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IL LATO UMANISTICO DELLA SCIENZA. LA LUNA DI GALILEO E DI ARIOSTO NELLA CONFERENZA DEL PROF. CORRADO BOLOGNA

Lo scorso 9 Novembre nell’Aula Magna del nostro liceo si è tenuto un incontro con Corrado Bologna, ordinario di Letterature romanze medioevali e moderne presso la Scuola Normale di Pisa. Il titolo del convegno era il seguente: “Ariosto, Galilei e “l’invenzione” della Luna”. Il professore ha aperto la lezione facendo vedere un quadro di Adam Elsheimer conosciuto con il titolo di “Fugue in Egypt” (1609). Fu la prima rappresentazione grafica della luna in un quadro.

 

La protagonista del quadro, cioè la luna, viene rappresentata riflessa nell’acqua. Nello stesso anno, coincidenza, Galileo venne a conoscenza che in Olanda era stata scoperta una lente che permetteva all’osservatore di avvicinare e allargare l’immagine di ciò che sembrava apparentemente lontano. In seguito a questa scoperta, lo scienziato progettò il cannocchiale e lo puntò verso il cielo. La prima grande scoperta fu la presenza di macchie e crateri sulla superficie lunare che la rendeva molto simile alla Terra. Era una prova che confermava la validità della teoria copernicana.

Secondo il professor Bologna Galilei è riuscito a vedere e a scoprire ciò che ha scoperto grazie ai suoi occhi che non sono gli occhi di un semplice scienziato, ma di uno scienziato-umanista. Bologna ha usato innanzitutto come termine di paragone Ariosto, che è stato per Galilei la chiave di lettura della volta celeste. Inoltre il professore ha argomentato la sua riflessione facendo riferimento a autori del calibro di Italo Calvino, Oscar Wilde e Luigi Pirandello. Dal poema ariostesco lo scienziato pisano capì che luna è il luogo dove si accumulano le angosce e dove si può persino ritrovare il senno, proprio come accade a Orlando.

Ariosto parla della luna come un luogo accessibile, ma non ha la certezza che lo si potrà raggiungere. Ariosto va oltre le nuvole e lo stesso fece Copernico, quando gettò l’amo ipotizzando che al centro dell’universo ci fosse non più la terra, ma il Sole. Galileo abboccò a quest’amo e riuscì a dimostrarlo, anche perché stimolato e affascinato dalle parole dello stesso Ariosto. Galileo però cerca di armonizzare la circolarità dell’universo mostrando, così, la parte più pragmatica del suo carattere. Ma non si limita a dare una semplice spiegazione razionale di questa grande e rivoluzionaria scoperta. Riesce a dimostrarlo grazie ai dettagli che coglie grazie ai suoi approfondimenti.

Per dirla con Wilde “la nebbia non è mai esistita finché l’arte non l’ha inventata”. Galileo quindi può essere considerato l’inventore della luna, ma non avrebbe mai potuto farlo senza l’aiuto della letteratura, perché “la letteratura è leggerezza contro il peso del vivere” (Italo Calvino). Insomma, la letteratura è un’arma potentissima fatta di tanti “caratteruzzi” che ci stimola verso nuove scoperte e che riesce ad alleggerire la pesantezza del vivere.

Camilla Manieri (4BSc)

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UNITI SOLO NEL CALCIO? PERCHE’ L’ITALIANO E’ PSICOLOGICAMENTE SCOSSO DALLA MANCATA QUALIFICAZIONE AI MONDIALI 2018

<<Finalmente quest’Italia qui ci fa godere un po’>>: era il 2006 quando i Finley cantavano questi versi. E già si percepiva, da quel <<finalmente>> che la vittoria del 9 luglio contro la Francia era anche una consolazione, un respiro di sollievo. Qualcosa già non andava, però avevamo il grande calcio italiano, il quarto mondiale vinto, grandi nomi come Del Piero, Totti, Cannavaro e un riconoscimento internazionale. Sono passati undici anni e c’è chi ancora, nell’amarezza della sconfitta, ama ritornare con la mente a quella sera d’estate in cui l’Italia, da Nord a Sud, in ogni città, dopo tanto tempo, vedeva la propria bandiera alzata verso il cielo da chiunque, grandi e piccoli, e in cui tutti noi urlavamo che la Francia ci restituisse la nostra Gioconda –e chi ha studiato un po’ di storia lo sa che è una provocazione un po’ ignorante. Ma sono passati undici anni, e undici anni non sono pochi. Dopo la vittoria dell’82, l’Italia dovette aspettare ventiquattro anni per vincere un altro mondiale. E ora, per la prima volta dopo sessant’anni, il clamoroso flop del nostro calcio priverà una generazione –quella dei più giovani- del più bel ricordo sportivo che da sempre riunisce le famiglie davanti ai televisori. <<Quando ero al liceo, ricordo quell’Italia che…>>. Per noi tutto questo non ci sarà. E a nulla sono valsi i commenti dei più diplomatici, che invitano ad accettare la sconfitta di ieri sera contro la Svezia e la conseguente squalificazione ai Mondiali 2018 con sportività. No, questa volta non ci siamo. Questa volta siamo fuori davvero. E non ce la sentiamo di aspettare e sperare magari altri ventiquattro anni.

Ammettiamolo: era quasi emozionante sentire ieri sera la voce roboante dello stadio urlare il nostro inno, e i visi speranzosi e grintosi di chi è con le spalle al muro, ha paura e non vuole essere cacciato via. Certo, meno onorevoli sono stati i fischi dei nostri tifosi sull’inno svedese e, se facciamo un passo indietro, vergognosi sono stati anche i <<gufi>> italiani che hanno tifato contro la Juventus e sostenuto il vittorioso Real Madrid nella finale di Champions di giugno scorso, ma noi italiani troveremo sempre un modo per giustificare la nostra mancanza di rispetto. Perché il calcio, per l’italiano, non è un atto sportivo, ma politico. I risultati di una partita si attendono con più ansia degli esiti di un’elezione. Se si potesse votare per eleggere i calciatori della nostra nazionale, le urne sarebbero affollatissime. Tra una squadra ridotta così male e un governo penoso, un italiano medio non sa dire quale è per lui una maggiore fonte di sofferenza. Il voto ci consente di decidere del destino del secondo (ma di questo non siamo più così sicuri, ndr.), sulla prima non abbiamo influenze, ma se perde facciamo fatica a mantenere la testa bassa, se fallisce il secondo pazienza, siamo vittime dell’abitudine.

Non lo accettiamo che può essere arrivato il momento anche per altre squadre e che c’è sempre chi si deve sacrificare una volta ogni quattro anni. Non può giocare tutto il mondo. E ora è arrivato il nostro turno di seguire i successi altrui dietro le quinte e non più da protagonisti. Questa riflessione andrebbe bene se il calcio non fosse considerato la nostra ultima carta vincente nel tavolo da gioco mondiale. Perché sappiamo da anni che l’Italia è per certi aspetti un Paese un po’ alla deriva: nell’economia, nella politica, nella società, nell’istruzione, nelle risorse che non sa sfruttare. Però fino ad ora avevamo il calcio, e non parlo tanto dei campionati interni, ma della Nazionale che sfoggiavamo davanti a tutto il mondo con la mano sul petto. Ci piaceva essere il popolo del <<nonostante tutto>>. Nonostante un Paese “così così” un futuro incerto, l’Italia vinceva. Ora, l’italiano non ha più niente. Non solo nella vita, ma anche nel calcio. Ora è veramente escluso da tutto.

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Arrivano già le prime umiliazioni e i primi scherni. Sui social si legge, un po’ sogghignando, che la disfatta di Caporetto doveva essere replicata cento anni più tardi e che il CT Ventura assomiglia un po’ a Publio Quintilio Varo poco prima di suicidarsi nella disastrosa battaglia di Teutoburgo (come se già non bastassero gli insulti che il popolo dei tifosi gli sta rovesciando addosso nelle ultime ore). E le testate giornalistiche internazionali che portano al mondo un altro tassello della nostra vergogna, e i notiziari, e il pensiero rivolto alla rabbia e all’invidia cocente che proveremo la prossima estate, e la formula consolatoria del <<però abbiamo avuto>>. Però abbiamo avuto tante cose in Italia, effettivamente.

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Abbiamo avuto la storia, l’arte e la letteratura più influente e amata in tutto il mondo. Le grandi città -Roma, Firenze, Venezia- , e la lista è interminabile. Il problema, però, è che è tutto declinato al passato, racchiuso nei meandri e nei ricordi di secoli lontani. Cosa facciamo noi adesso? Possiamo aggrapparci sempre a quello che fummo (e che qualcuno fu al posto nostro)? No. Questo tempo ha bisogno di lasciare un segno, un marchio. La nostra generazione deve essere ricordata per qualcosa. Ma non sappiamo più dove mettere le mani. E poi il cibo e la moda e la musica e il cinema. Si capisce bene come sia stata sempre l’arte –nelle sue forme più sfaccettate- la nostra via di fuga, il nostro modo di aggirare i problemi, di infilarci nel terreno del mondo quando non avevamo altro modo di farci valere, di dire, a tutti, <<guardate, esistiamo anche noi, ancora una volta. Da sempre e per sempre, in un modo o nell’altro, ci invidierete>>. Abbiamo però perso la fiducia in questo modo di pensare.

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Diciamolo pure, l’italiano di oggi è un po’ il nuovo uomo del Seicento: un individuo che ha perso il centro, che si sente smarrito e ininfluente in un paese che non riesce più a dominare e controllare. E’ in questo clima di sfiducia che cerchiamo un nuovo atteggiamento con cui affrontare la realtà: l’attaccamento allo sport, che sta diventando sempre di più, a latere di una forma di intrattenimento, uno strumento di distrazione. Ne esistono altri? Certo che sì. Ma prima di tutto, forse, dovremmo ricucire le nostre ferite, tenerci le nostre cicatrici ed evitare di sanguinare ancora, in futuro. Forse dovremmo ripartire dalla vita quotidiana, volgere l’occhio verso quello che abbiamo e in cui possiamo riconoscerci anche fuori dagli spalti di uno stadio, e costruire il valore dell’umiltà che abbiamo perso da tempo.

Alexandra Bastari 4ALi

 

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IL KUM! FESTIVAL DI ANCONA OSPITA TRE CLASSI DEL NOSTRO LICEO PER UN PERCORSO DI ALTERNANZA SCUOLA LAVORO

Prosegue il progetto di Alternanza Scuola Lavoro per gli studenti del triennio del Liceo Medi. Questa volta sono state le classi 3CSc, 4CSA e 4ALi ad essere coinvolte nelle attività offerte dal Kum!, Festival diretto e promosso da Massimo Recalcati – psicoanalista e autori di libri di successo – che ha scelto la Mole Vanvitelliana di Ancona come sede della sua prima edizione, <<L’Ingovernabile 2017>>, dal 10 al 12 novembre.

Curare, Educare e Governare: questo il sottotitolo che riassume i temi di discussione e di riflessione attorno ai quali si sono mossi relatori provenienti da ogni parte del mondo.
Due i percorsi che hanno interessato i nostri ragazzi: il primo per gli studenti di 3CSc e 4CSA, nei Kum!lab, laboratori didattici di indirizzo scientifico, incentrati sulle  nuove della scienza e della medicina nell’era moderna, il secondo per sei ragazze della 4ALi, non nuove a esperienze simili (ricordiamo il coinvolgimento nello staff del CONI),  alle quali è stato affidato il compito presentare gli eventi della giornata e di assistere e orientare i partecipanti dalle postazioni della segreteria e dell’Info Point.

Due esperienze pratiche e formative che consentono agli studenti di scoprire o di  potenziare le specifiche attitudini individuali,  acquisendo alcune competenze chiave anche prima di dedicarsi alla vera e propria esperienza di stage nella seconda parte dell’anno scolastico, senza quindi tralasciare nessuna occasione che, se colta, può arricchire il bagaglio personale di crescita e alimentare fiducia e aspettative nei confronti del futuro.

Alexandra Bastari, 4ALi