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IL GABBIANO JOHNATAN LIVINGSTON: UN’IDEALE DI LIBERTA’

Nella giornata di martedì 22 maggio alcune classi del Liceo Scientifico Medi hanno assistito all’interno della rassegna Terremarine presso il Teatro La Fenice di Senigallia allo spettacolo teatrale realizzato dagli allievi del corso coordinato dal regista Mauro Pierfederici. Un gruppo di 28 ragazzi ha messo in scena il famoso romanzo dello scrittore americano Richard Bach, “Il gabbiano  Jonhatan Livingston”, un romanzo breve che narra la vita del gabbiano Jonhatan come “reietto” dello stormo, perché appassionato al volo visto come ricerca di una libertà interiore, superiore all’usuale strumentalizzazione di esso dai comuni gabbiani come mezzo per procacciarsi il nutrimento. Escluso ed esiliato dallo stormo “Buonappetito” per la sua spericolatezza e passione per l’atto di librarsi in aria, verrà cacciato dal consiglio degli Anziani e comincerà una vita da solitario, in cui continuerà ad allenarsi tra planate e picchiate.

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Successivamente conoscerà due gabbiani i quali, chiamati Sullivan e il più anziano Chiang, lo aiuteranno nella ricerca di una libertà e perfezione superiore, insegnandogli a volare istantaneamente con il pensiero. La ricerca dell’autoperfezionamento di Jonhatan è un percorso lungo e faticoso, perché per il raggiungimento dell’ideale di perfezione predicato dal maestro Chiang è necessaria la comprensione della bontà e dell’amore.

 

Raggiunto il suo obiettivo il gabbiano, finito in una dimensione superiore, tornerà nella dimensione terrena dove sarà risoluto nell’istruire i suoi ex compagni di stormo alla più alta e superiore  gioia di vivere e impartisce insegnamenti morali sul suo ideale di volo :

Il volo è l’espressione della libertà di ogni gabbiano, per aiutare ognuno di voi a diventare sempre migliore, per aspirare alla perfezione, che consiste nel comprendere il segreto dell’amore e della bontà

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Il suo miglior allievo sarà il giovane gabbiano Fletcher Lynd che seguiterà nell’insegnamento del volo ad altri membri dello stormo.

Un inno alla libertà rappresentato dai giovani attori del Liceo Enrico Medi, i quali, al termine di un corso di una sessione settimanale durato 8 mesi,   hanno rappresentato  questa novella tramite l’uso della tecnica del teatro di narrazione, in cui i personaggi narrano tramite la voce e la gestualità. Non poche le difficoltà incontrate sia per l’elevato  numero di allievi, sia per problemi organizzativi nel conciliare gli impegni di tutti, tant’è che alle prove non erano mai al completo.

 

Lo spettacolo ha riscosso un buon apprezzamento da parte del pubblico, nonostante qualche esitazione da parte dei ragazzi durante la messa in scena e qualche piccola incertezza. Gli attori hanno svolto un ottimo lavoro, considerando i tempi residui di  preparazione e le difficoltà gestionali già accennate.

Questo tipo di iniziative sono importanti all’interno della scuola perché permettono ai ragazzi di avvicinarsi al teatro e di conoscersi tra loro, oltre ad aumentare la propria autostima e la sicurezza in se stessi.

Grazie a chi si è cimentano perchè ha saputo regalarci forti emozioni!

(Chiara Bambini, 2C Li)

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Pubblicato in: Cultura di pace

VOCI DALLA GUERRA, VOCI PER LA PACE

Il ministero dell’Istruzione, dell’ Università e della Ricerca (MIUR) e l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) hanno dato vita ad un progetto con l’obbiettivo di sensibilizzare i giovani sui temi della libertà e dell’inutilità della guerra. A questo proposito sono state scelte 10 scuole del nostro Paese con ognuna un tema da sviluppare autonomamente e da presentare prima in sede e poi, indicativamente il 28 maggio, al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

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Il nostro liceo è stato scelto per affrontare il tema “Guerra e Pace” e ragazze e ragazzi coordinati da Mauro Pierfederici hanno sviluppato e studiato una serie di letture che spaziano dal bollettino ufficiale della fine della guerra, alle poesie di poeti che hanno partecipato a tutte e due le guerre mondiali, come Giuseppe Ungaretti, Bertolt Brecht e Jaques Prevert, fine alle lettere dei condannati a morte della resistenza italiana e  al pensiero di Aldo Capitini.

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I ragazzi si sono impegnati ad immedesimarsi e avvicinarsi agli autori studiando la loro vita e interpretando ogni emozione. Hanno sviluppato la performance “voci dalla guerra voci per la pace”che e’ stata presentata nella nostra Aula Magna, sabato 28 aprile. Sono intervenuti i rappresentanti dell’ANPI, il Prof. Giovanni Di Cosimo del’Università di Macerata, Antonio Mastrovincenzo, presidente dell’assemblea legislativa delle Marche e il nostro preside Daniele Sordoni. Questo progetto è stato inserito nel calendario degli eventi programmati dal Comune di Senigallia e quindi oltre ad alcune classi del nostro liceo erano presenti anche genitori e cittadini.

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Dopo tanta emozione da parte di tutti la mattinata si è conclusa con l’inno di Mameli.

I ragazzi continueranno ad impegnarsi e a studiare per presentare al meglio la nostra scuola davanti al presidente della nostra Repubblica.

Scuola e non solo…di certo questi momenti rimarranno impressi nella nostra memoria.

Mariem Barnat (2B Li)

 

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SFIDA ALL’ULTIMO LIBRO! LA ‘CENTESIMA’ EDIZIONE DEL BOOK GAME AL LICEO MEDI!

Mercoledì 28 marzo 2018 si è tenuta presso l’aula Magna Carlo Urbani del Liceo Medi la ‘centesima’ edizione del Book Game: una competizione sul campo letterario che ha visto gareggiare le classi 1ASA , 1CSA e 1DSA.

I tre libri su cui si è disputata la gara sono stati  “Come il vento tra i mandorli” di Corasanti, “Uno studio in rosso” di Conan Doyle e “La fattoria degli animali” di Orwell, che gli alunni hanno letto integralmente e in modo autonomo prima della competizione.

A dirigere il gioco sono state le insegnanti Fiorelli, Ceccarelli e Via.

La gara comprendeva tre sfide di cui ad ognuna potevano partecipare solo due classi.

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Ogni sfida era a sua volta composta da cinque giochi, ciascuno dei quali  valeva un punteggio in base alla difficoltà della richiesta: “Parole spericolate”, “Fuori gli autori”, “Per chi suona la campana”, “Mimo” e “Domandone”.

In “Parole spericolate” le due classi rivali dovevano cercare di mettere in ordine una serie di cinque parole, riguardanti passi fondamentali dei libri letti, in base alla logica che esse avevano tra loro o alla connessione cronologica nella storia del libro.

In “Fuori gli autori” partecipavano solo cinque dei componenti della singola squadra, che si contendevano ben venticinque punti indovinando -uno alla volta- l’autore del libro citato.

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“Per chi suona la campana” è stato invece un gioco basato sulla velocità.

Due portavoci di entrambe le squadre, alla citazione di un passo di un libro non facente parte dei tre già letti, dovevano confrontarsi con la propria squadra per capire di quale libro si trattasse.

Poi dovevano correre velocemente sino a un campanellino posto su un tavolo e dire il titolo del relativo libro. La squadra che prima suonava il campanello – e che indovinava la risposta – si aggiudicava ben venti punti!

Nel “Mimo”, una persona aveva un minuto e trenta secondi di tempo per mimare con gesti e movimenti il titolo di un libro alla propria squadra, che cercava di indovinare nel minor tempo possibile.

Infine, per il valore di trenta punti, il “Domandone”: una domanda difficile e specifica di uno  dei tre libri letti.

Nella prima sfida si sono affrontate la 1CSA e la 1DSA , la classe perdente ha poi incontrato la 1ASA, mentre la vincitrice della prima è rimasta a guardare lo scontro. Infine 1ASA e 1DSA si sono battute nello scontro finale.

La vincitrice di questa ‘centesima’ edizione del Book Game è stata la 1^ASA.

Come premio….libri…uno a testa!

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Anche le altre due squadre hanno avuto un ricordo dell’esperienza: un segnalibro con la scritta “Book Game 2018”.

Forse un aspetto da migliorare per il prossimo anno è la condivisione del regalamento prima dell’inizio della gara e dell’attribuzione del punteggio che non è stata chiara per tutti: gli studenti infatti che non avevano ben capito le regole per aggiudicarsi il primo premio hanno giustamente sollevato qualche polemica.

Sono rimasta piacevolmente sorpresa da questa iniziativa, in quanto competizioni come queste di solito non vengono affrontate nelle scuole. Penso che il Book Game abbia soprattutto stimolato noi studenti a leggere, poiché  questo tipo di gare ci ha completamente “immersi” nel mondo della lettura. Ai giorni d’oggi i ragazzi preferiscono passare il loro tempo libero al cellulare e non leggendo romanzi. E’ stato infatti importante per tutti noi riavvicinarci ai libri e alla bellezza di leggere. Un altro pregio è stato quello di farci conoscere molti più autori e libri, di cui prima ignoravamo l’esistenza. Trovo dunque il Book Game un’ esperienza da ripetere ma anche da far conoscere a tutte le altre scuole superiori e medie.

Sara Manocchi

(Classe 1CSA)

Pubblicato in: Alternanza scuola lavoro

ALLA SCOPERTA DI FICO… FIERA SUL CIBO E MOLTO ALTRO

 

Le classi 4ASc e 4BSa  il 20 marzo si sono recate nei pressi di Bologna, a Budrio, alla scoperta di un nuovo modo di intendere il biologico, tematica dedicata al progetto di Alternanza Scuola Lavoro.

Partendo dal cuore della città, pizza Maggiore, facilmente si raggiunge il possente ingresso di Fico che porta all’immenso parcheggio del padiglione prima allestito per il mercato cittadino. Ora qui vi è il più grande parco dedicato all’agroalimentare del mondo.

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Solo l’entrata nella struttura ci fa capire la grandezza e l’importanza di questo luogo. Infatti intorno alla porta vi sono più di 1000 tipi diversi di mele tutti italiani. L’idea è quella di far capire la biodiversità di cui dispone il nostro, se pur piccolo, Paese.

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Infatti disponiamo di potenzialità immense che questo evento punta a far conoscere. È il luogo d’incontro tra tradizione e innovazione perché solo così si può puntare a mantenere la qualità dei prodotti che all’occasione possono essere esportati in tutto il mondo. Inoltre Fico, ovvero Fabbrica Italiana Contadina, è attenta a tutto il ciclo del cibo. Per questo esternamente ha spazi dedicati all’allevamento di mucche da carne e da latte e spazi adibiti alla coltivazione agricola. Mentre internamente il ciclo continua con la visita ai laboratori dove dal latte si ricavano i diversi formaggi, come lo squacquerone o il parmigiano reggiano. Per formaggi come quest’ultimo foraggi, latte e produzione deve tutto avvenire in un delimitato territorio. È questa l’attestazione DOP, denominazione di origine protetta, che denota l’originalità di un prodotto, come il parmigiano, e che lo rende inimitabile per caratteristiche di lavorazione, territorio e clima.

Lo stesso caso vale per il culatello, reso inimitabile dalla nebbia che contraddistingue il territorio della pianura padana. Con queste potenzialità possiamo così ammirare prodotti di eccellenza che possono sfondare, come il vino. Nel suo caso il vino italiano ha avuto successo in tutto il mondo perché tutti accettano che vi siano vini da 5€ e da 500€.

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Al contrario prodotti come il parmigiano, il quale deve stagionare minimo 12 mesi (ma può arrivare anche a 24 o 36) o l’aceto di Modena (che può arrivare anche a 12 anni di invecchiamento) costano di più e non vi è modo di renderli maggiormente economici. Se non che stranieri, ignari di ciò che stanno comprando, si affidano ad imitazioni che chiaramente costano meno e poi si stupiscono del caro prezzo fornito, quando vanno ad incontrare il vero prodotto Made in Italy. Per battere questa piaga gruppi di produttori locali si sono riuniti in consorzi per tutelare così la loro qualità. Inoltre l’etichetta fornisce tutela allo straniero in modo da evitare come in passato casi di vini fatti in polvere e pollame sbiancato con il cloro che andavano a compromettere l’economia italiana e la sua autenticità.

Per le classi l’escursione si è svolta sia all’interno che all’esterno. Partendo dall’esterno è stato possibile, così, imparare la storia di alcuni prodotti e sfatare taluni tabù grazie anche ad alcune attività coordinate da una guida. A certe domande, dava risposta la guida stessa che, esplicando l’iter storico di cibi e tecniche di lavorazione, ha fatto rimanere impresse alcune nozioni curiose alle classi.

La visita è continuata in modo simpatico nell’interno con la visita delle giostre. Non sono ovviamente giostre da Luna Park, bensì spazi adibiti a diversi ambiti. Vi sono la giostra del fuoco, dell’agricoltura e quella degli animali solo per citarne alcune. Le giostre offrono la possibilità di rispondere a certi quesiti, davvero molto curiosi e affascinanti, sull’area tematica che trattavano. All’interno delle giostre ci sono delle mini sale da cinema dove si possono guardare cortometraggi didattici. Le giostre sono soprattutto un modo per imparare parti di argomenti di cui ignoravamo l’esistenza e sfatare altri tabù. Per esempio c’è ancora gente convinta che il caffè sia un prodotto dell’America centrale quando in realtà è nato in Etiopia. Insomma le giostre sono una specie di padiglione EXPO, dove si può passare un momento di relax e apprendimento.

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Se avete intenzione di pranzare a Fico il vostro pasto può essere fantastico. I piatti che si possono mangiare non sono piatti ricercati e composti in modo strano da qualche chef stellato, ma piatti quotidiani, di tutti i giorni. Ma allora per quale motivo il pasto in questo luogo può stupire così tanto? Perché la qualità delle materie prime è ottima, d’altronde siamo a Fico, no? Ci sono molti ristoranti dove è possibile gustare i prodotti d’Italia (dal Trentino alla Sicilia); prodotti che, tutto sommato, siamo abituati ad avere sotto gli occhi, con la grandissima differenza che, nella quotidianità, usiamo prodotti confezionati, non certificati e non di grandissima qualità, per usare un eufemismo. In conclusione osiamo affermare che Fico può veramente insegnare il valore di questo grande patrimonio culinario che noi italiani abbiamo. Esso va preservato e protetto così da far conoscere agli stranieri, e non solo, di che ‘pasta’ siamo fatti.

Michele Corbisiero (4ASc)

Alessandro Covino (4BSa)

 

 

 

Pubblicato in: Cultura

TRA IL DIAVOLO E L’ACQUA SANTA… A SCUOLA DI ESORCISMO CON DON ADRIANO TORREGGIANI

Don Adriano Torreggiani, della Diocesi di Senigallia, venerdì 16 marzo è stato invitato dal docente di religione Emanuele Piazzai nel nostro liceo per una lezione tutt’altro che ordinaria, a cui hanno assistito le classi 2BLi e 2CLi.

esorcismo 2“Per parlare di un’esperienza così presente nelle nostre vite” ha esordito don Adriano, “ora come ora, non parlerò del mio vissuto, ma parlerò attraverso le scritture bibliche.” E’ la  Bibbia, infatti, che fotografa  il vissuto dell’uomo, che contiene le domande chiave dell’esistenza umana, il perché del dolore, del male e della sofferenza. Il sacerdote ha spiegato che l’uomo, anche dopo l’arrivo del Liberatore per eccellenza, non è mai stato  completamente liberato, perché Gesù, pur perdonando, non ha cambiato le regole del gioco. E’ quindi per questo motivo che il simbolo più celebre del Cristo è il crocifisso, cioè la rappresentazione dell’incontro del bene con il male.

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 Don Adriano ha continuato commentando una frase del Credo cattolico, in cui si legge “ Credo in un solo Dio, Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili…”,  cercando di farci comprendere che molti degli ostacoli nella nostra vita, sono dovuti anche alla malizia dell’uomo. Parlando di creature invisibili si fa riferimento agli angeli, ad alcuni di loro, in particolare, che odiano la figura superiore di Dio, in quanto si sentono suoi schiavi e tentano in tutti i modi di farci seguire il loro esempio.

 

Il Diavolo, per definizione, è il divisore, colui che distrugge dove c’è comunione, al contrario  l’Angelo è l’annunciatore della volontà divina. Alcuni angeli, secondo il Concilio V del 1215, hanno peccato e  il male, che è più forte di qualsiasi forza umana, è invincibile dall’uomo e  solo Dio è in grado di combatterlo.

Adamo-ed-Eva1L’esempio classico è quello di Adamo ed Eva che, pur essendo liberi, sono stati sedotti da Satana. Paolo VI durante l’udienza generale del 1972, affermò: “Il male non è più soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa.” Don Adriano riportando le parole di Paolo VI, ha spiegato che gli angeli sono diventati maligni per libera scelta e che a differenza dell’uomo, che è un essere razionale, sono intuitivi e impulsivi, e per questo motivo non vengono perdonati. San Giovanni Crisostomo,  arcivescovo e teologo bizantino, dichiarava che la dottrina cattolica doveva offrire speranza e fiducia e che sarebbe stato un errore smettere di lottare contro il male de parte degli uomini.

Ritornando ai giorni nostri, il sacerdote  ci ha riferito che in Italia ci sono più di 12.000 persone che, andando dai cartomanti, compiono azioni sataniche in quanto disobbediscono al primo comandamento che afferma che esiste un solo Dio. In Italia, inoltre, ci sono 807 sette sataniche e il satanismo si diffonde anche attraverso la musica, i canti, i libri e i fumetti, che ti possiedono anche contro la tua volontà.

Satana si manifesta, in base ai racconti di don Adriano, infierendo sulle cose e sulle persone, almeno in tre modi: con l’oppressione, che possiamo definire come una disperazione maligna; con la vessazione, che si manifesta con delle vere e proprie percosse e con la possessione diabolica, quando la persona non è più responsabile di sé stessa e  dimostra una forza fisica superiore al normale o riesce a parlare lingue antiche o sconosciute.

A questo proposito il sacerdote ci ha raccontato un esorcismo da lui compiuto su una donna posseduta che riusciva a prevedere eventi non accaduti. In alcuni casi la persona posseduta, è in grado di rivelare i tuoi peccati, dice Don  Adriano,  soltanto se non sono stati perdonati in precedenza. Ci sono più possibilità di aprire una porta al male: malefici, attività occulte, peccati compiuti ripetutamente. Il Diavolo è menzognero, si nasconde, e la Chiesa Cattolica usa l’esorcismo come mezzo per far venire a galla Satana e combatterlo. In tutto il mondo esiste un libro per praticare gli esorcismi, dove sono scritte le parole in grado di scacciare il male. In conclusione, don Adriano Torreggiani, ha affermato che ognuno di noi  è esorcista, poiché tramite la nostra volontà possiamo scacciare il male, in quanto nella vita ci troveremo sempre a scegliere tra la verità e la menzogna e non dobbiamo avere paura perché la tentazione non è mai più forte del nostro volere.

Vittoria Balducci 

(Classe 2C LI)

 

 

 

 

 

Pubblicato in: Cronaca

“FATE DELLA VOSTRA VITA UNA COSA STUPEFACENTE!”. PAOLO CREPET, I GIOVANI E LA VIA DEL FUTURO…

Martedì 13 marzo, presso il  teatro La Fenice, si è tenuto l’incontro con lo psichiatra e scrittore Paolo Crepet nell’ambito del progetto Ge.Ne.Re (GEnerare NEcessarie RElazioni), promosso dal Comune e dall’Informagiovani di Senigallia,  progetto che ha coinvolto le classe 2BLi, 2DSA, 3BLI e 3BSA del nostro Istituto.

Paolo Crepet,  psicoterapeuta noto per la sua professionalità ed esperto delle problematiche adolescenziali, ha sollevato diverse tematiche, come la parità dei sessi, l’omosessualità, il bullismo, il futuro dei giovani, la famiglia, la gelosia e l’amore.

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Secondo lo psichiatra non esistono solamente due sessi, due generi, ma ne esistono tanti quanti sono gli abitanti del pianeta perché non c’è differenza tra maschio e femmina.  E i giovani di oggi possono ritenersi fortunati, in quanto liberi esprimere la propria sessualità senza paure, a differenza di quanto accadeva in passato, quando l’omosessualità veniva considerata un crimine e una malattia.
Il bullo è un meschino che fa del male a chi è più debole di lui ed è potente solo agli occhi degli altri perché, in realtà, è lui l’impotente. La violenza è secondo Crepet l’ultimo stadio e colpisce chi non ha sogni, né progetti di vita.

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E poi l’amore: il sentimento che ci fa sentire vivi, che ci spinge, assieme alla passione, a fare di tutto, a fare cose pazzesche. Questa parola però non sempre viene utilizzata bene ed in un contesto appropriato, spesso e volentieri infatti, i giornalisti che
devono scrivere di persone uccise, di famiglie massacrate da un loro componente, utilizzano titoli come “Tragedia dell’amore”, ma l’amore dov’è? Chi ama non agisce in questo modo. Al tema dell’amore è legata la gelosia. Un sentimento che egli sostiene di essere uno dei più inutili, ma purtroppo in assenza di esso molte persone non considerano il proprio partner “un vero uomo” o “una vera donna”. La persona gelosa è colei che è insicura ed ha poca stima di sè. Si sceglie la gelosia perchè la fiducia è più complessa, dare fiducia all’altro è più complicato. La gelosia è per cui non siamo capaci di amare davvero.

FUTURO
Parlando del futuro dei giovani, Crepet afferma che la famiglia spesso può essere il motivo per cui il giovane non riesce a spiccare il volo, molti genitori trattano i figli come se fossero una loro proprietà e così facendo mettono il piombo sulle ali di coloro che devono crescere e diventare indipendenti. Dichiara che ogni generazione ha dovuto combattere una guerra, la sua contro l’eroina, la generazione d’oggi contro gli smartphone che ci stanno portando a non avere più idee ed emozioni, il nostro stato d’animo è invece più complesso di un paio di faccine gialle.
Il futuro è dei folli secondo Crepet. Per diventare grandi bisogna uscire dalla classe, dal coro, uscire dalle righe. Bisogna avere il coraggio per dire di no. Dice che se abbiamo un’idea e tutti la approvano, essa è banale. Se invece ne abbiamo una che tutti criticano o addirittura deridono, è giusta e buona.

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Per realizzare un’idea o un sogno non è necessario avere soldi e raccomandazioni, ci vogliono coraggio, curiosità, inventiva, indipendenza, autostima, aver voglia di fare e non avere paura del rischio. Non  dobbiamo cercare i soldi ma i progetti, i sogni, le idee e le passioni. E la passione è anche il proprio mestiere – ha risposto Crepet alla domanda di uno studente sulle ragioni profonde che spingono a continuare questo mestiere difficilissimo.  L’unico modo per non stancarsi di ciò che si fa  è essere appassionato a ciò che si fa.

Milica Zvicer

(Classe 2B LI)

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ON THE ROAD. IL DOCUMENTARIO DEL REGISTA PIERS SANDERSON RACCONTA IL DRAMMA DELLE PROSTITUTE NIGERIANE

 

Sabato 17 febbraio nell’Aula Magna  del nostro istituto le classi quarte hanno assistito alla prima del documentario On the road, girato e diretto dal regista Piers Sanderson, che racconta una piaga nota a molti, ma sepolta in un deserto di silenzio: la tratta degli esseri umani e lo sfruttamento sessuale di giovani donne nigeriane. La presentazione ha avuto il suo inizio con l’intervento della professoressa Via, che ha inquadrato il fenomeno dal punto di vista storico e sociale, raccontando  il lungo viaggio che sono costrette a percorrere, le violenze che subiscono e dei metodi per farle lavorare in Italia come prostitute. La maggior parte proviene dal quartiere di Upper Sakpoba road,  zona tra le più povere di Benin city, capitale dello Sato dell’Edo che si trova nel sud della Nigeria. Dopo aver soggiornato nelle case di collocamento in Niger, attraversano il deserto raggiungendo le coste dell’Africa settentrionale. Talvolta la traversata è così pericolosa che non sopravvivono alle misere condizioni di vita nel deserto. Solitamente si spostano nel nostro paese grazie a parenti o amici che le mettono a contatto con gli uomini della rete, convincendole a partire con la falsa promessa di una vita migliore, ma una volta arrivate scoprono che ciò che le aspetta non è quello che si aspettavano.

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Entrano in un circolo illegale nel quale sono costrette a prostituirsi per pagare il debito che hanno dovuto contrarre per arrivare in Italia: un debito inestinguibile, che può ammontare a 30 mila euro, ma arrivare anche a 50 o 60 mila euro. Le ragazze non si ribellano perché sono legate alla Madame (ex prostituta entrata a far parte del giro di prostituzione), tramite un rito Voodoo che le vincola a un patto con gli dei per il quale verranno da loro punite se non seguiranno gli ordini impartiti dai capi, ovvero prostituirsi. Credendo a questa credenza popolare della punizione divina daranno la colpa al patto e a loro stesse dei loro problemi in caso di trasgressione. La violenza dunque non è solo fisica, ma soprattutto psicologica che infonde loro la paura di ribellarsi e chiedere aiuto. La professoressa si è soffermata molto nello spiegare che l’intento dell’incontro non era quello di impietosire gli studenti per qualche ora per poi tornare alla loro vita comune, ma  quello di far parlare la sensibilità presente in ognuno di noi e di non giudicare gli eventi o le persone sulla base di un’onda emotiva, ma di filtrarli con occhio critico.

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Dopo la visione del docufilm “On the road”, la parola è passata al regista inglese, Piers Sanderson. Ha spiegato l’origine di questo documentario e la sua esperienza personale sul campo. Ha raccontato le differenze tra le prostitute presenti nel nostro paese e quelle presenti in Inghilterra. Ad esempio è rimasto molto colpito dal fatto che le prostitute in Italia lavorassero sotto gli occhi indifferenti della gente, nelle vie di città anche molto trafficate, mentre in Inghilterra tendono a nascondersi in periferia.

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Ultima a parlare, ma non per ordine di importanza, è stata Stefania, responsabile del servizio Drop dell’associazione onlus On the road, che offre sostegno e protezione delle ragazze e avvia un percorso per farle uscire dal racket. Prendersi cura di chi non è intenzionato a parlare non è facile, ma le volontarie dell’associazione cercano di avvicinarle per cercare di instaurare un rapporto confidenziale, nel quale non sono trattate da semplici oggetti ma come esseri umani, al pari del loro interlocutore. Cercano di farsi raccontare la loro storia, tramite un’interprete, e la loro condizione attuale per trovare il modo di aiutarle, talora con aiuti legali e programmi di protezione.

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L’incontro si è concluso con le domande da parte degli studenti che avevano in mente qualche questione da proporre. É stato un momento di riflessione molto importante per aprire gli occhi e risvegliarci le coscienze. La speranza è che in futuro, quando capiterà di passare per il ciglio di una strada, cadano i pregiudizi sulle “donne della notte” e si veda un lato umano fatto di paura e dolore. Al quale non possiamo più rimanere indifferenti.

Alessandro Covino

(Classe 4BSa)

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INVICTUS, L’INVINCIBILE. LO SPORT HA IL POTERE DI CAMBIARE IL MONDO (NELSON MANDELA)

L’assemblea studentesca è un’occasione per avvicinarsi a temi che in classe si fa fatica a toccare per mancanza di tempo o per altre ragioni. Così è stato anche il 4 novembre con la visione di  Invictus, un film di genere biografico e drammatico del 2009 prodotto negli Stati Uniti e diretto da Clint Eastwood.
La pellicola affronta un modo diverso di reagire al razzismo, ovvero con la tolleranza e il perdono. La trama si sviluppa attorno attorno agli eventi legati alla Coppa del Mondo di rugby del 1995, che si svolse in Sudafrica poco tempo dopo l’elezione di Nelson Mandela  – simbolo della lotta alla segregazione razziale – a presidente della nazione.

Mandela

Mandela, liberato dopo 27 anni di prigionia, è pronto a perdonare chi lo aveva rinchiuso per quasi trent’anni; non si vendica. Appena entrato in carica come primo Presidente di colore della nazione, si pone l’obiettivo di riappacificare la popolazione del paese e di conciliare le aspirazioni dei neri con le paure dei bianchi.
In vista della Coppa del Mondo del 1995, ospitata proprio dal Sudafrica, Mandela si interessa delle sorti degli Springboks, una squadra composta da giocatori bianchi e da africani, con la speranza che una vittoria contribuisca a rafforzare l’orgoglio della nazione e lo spirito di unità del paese. Il suo punto di riferimento per riuscire a riunire la nazione intorno alla squadra, è il  capitano François. A causa dell’apartheid, il Sud Africa era stato bandito da anni dagli eventi sportivi internazionali, quindi nessuno, né i giocatori né la popolazione, pensava di poter avere una seppur minima possibilità di vincere. Nelson Mandela prima incoraggia e sostiene il capitano, che a sua volta incita la squadra stessa a dare tutta se stessa. Ora non sono più solo una squadra di rugby, sono il destino del paese. Il successo conseguito dalla nazionale diventa simbolo del riavvicinamento tra le due anime del Sudafrica e dell’inizio di un lento processo di integrazione della popolazione di colore.

La storia non ha lasciato indifferenti gli studenti, perché la chiave narrativa dello sport è sempre molto efficace quando si tratta di lanciare messaggi importanti. Come questa frase di Nelson Mandela, che nel fil viene ripetuta più volte: “Sono il padrone del mio destino…il capitano della mia anima”.

invistus 5Un altro aspetto che ha fatto riflettere è stata la reazione di Mandela: quando venne eletto Presidente, non si vendicò con le popolazioni bianche, ma volle dare al suo paese un esempio di convivenza pacifica, di antirazzismo e di non violenza.
Mandela ha dimostrato grande saggezza nel riconciliare il Paese attraverso lo sport. Sapeva che bisognava unire tutti, trovare un modo per fare appello all’orgoglio nazionale, agendo su una delle poche cose che allora tutti avevano in comune, lo sport.  Sapeva che la popolazione bianca e la popolazione nera avrebbero dovuto lavorare come una squadra o il Paese sarebbe fallito, così con creatività ha usato lo sport come mezzo per raggiungere un buon fine. Un messaggio insomma su cui riflettere, soprattutto per la sua attualità.

Lo sport ha il potere di cambiare il mondo,
ha il potere di ispirare, ha il potere di unire il popolo, come poche altre cose fanno.
(Nelson Mandela)

Anna Piazza
Classe 2B Li

Pubblicato in: Cittadinanza attiva, Cultura di pace

TUTTE LE DECLINAZIONI DEL BIANCO E DEL NERO

 NON TUTTI I MIGRANTI SONO UGUALI E MOVIMENTO E ADATTABILITA’ SONO DUE CARATTERI DISTINTIVI DELLA SPECIE HOMO

Il movimento di gruppi di individui da una zona all’altra del mondo è certamente un dato di fatto, sotto gli occhi di tutti. Ed è per questo che, soprattutto oggi, anche il nostro Paese, ha assunto un volto multietnico. Eppure, benché sia finito il tempo della schiavitù e della segregazione razziale in Italia (repubblica democratica) non si può certo affermare che il razzismo scomparso del tutto. Qui gli stranieri vengono ancora visti come “possibili criminali” e “parassiti sociali”.

 

Gian AntoOrda.jpgnio Stella, storica firma del Corriere della Sera, nel  libro “L’orda, quando gli Albanesi eravamo noi” scrive: “Non è così. Non c’è stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia già stato rinfacciato, un secolo o pochi anni fa, a noi. Loro sono clandestini?  Lo siamo stati anche noi”.

A questo punto sorge spontanea la domanda: questo trattamento riguarda tutti gli immigrati o solo i clandestini? Bisogna chiarire cosa significa essere “immigrato regolare” e  “immigrato irregolare”. I primi sono persone che entrano in un paese “straniero” dopo aver ottenuto il visto e con i documenti in regola. I secondi, i “clandestini” non hanno né visto né documenti. Vi è anche una sottocategoria di irregolari, che, secondo  parlarecivile.it, portale italiano sul diritto civico e politico, è la più diffusa e, di conseguenza, la più discriminata: gli overstayers. Sono coloro che, entrati regolarmente,  alla scadenza del  visto temporaneo, decidono di non tornare nel paese di provenienza. Persone che gli italiani giudicano male, perché, all’apparenza, “hanno avuto la mano e, adesso, vogliono tutto il braccio”. E’ giusto questo modo di pensare e di vedere le cose? Secondo Fabrice Dubosc, terapeuta interculturale e psicologo analista,  “la proliferazione dei conflitti e la crisi dello sviluppo hanno moltiplicato il numero dei rifugiati, determinando un’area grigia per quanto riguarda la differenza tra migrazione economica e asilo politico. Di fatto, chi oggi chiede asilo assomiglia ben poco a un dissidente sovietico degli anni della guerra fredda”. Proprio così, si è costituita un’area grigia: non è civile odiare una persona che, dopo aver vissuto mesi nel nostro Paese, abbia qualche remora a tornare in una situazione di conflitto e di violenza, aggravata da problemi economici. A parlare di “overstayers” è anche Alessandro Masala, youtuber italiano, direttore del canale di informazione “Breaking Italy”, a detta del quale  la quasi totalità degli Overstayers non rimane in Italia per paura della guerra, tantomeno per motivi economici.

Immigrazione 2

Per la famiglia. Esatto, la famiglia, la cosa più importante che ognuno di noi ha. Solitamente il viaggio che consente ai migranti di approdare in Italia, la sponda dell’Europa, lungo, travagliato e molto costoso. Gli “overstayers” sono semplicemente “uomini di famiglia”, arrivati da soli per lavorare e finanziare i viaggi dei familiari. Tornare indietro, mentre la cosa a cui tieni più al mondo è in viaggio per il paese, che ti impongono di lasciare, non piacerebbe a nessuno.

darwin

La scienza moderna è basata anche sulle scoperte di Charles Darwin, il quale nella Origine delle specie scrisse: “Vi è una parola chiave per descrivere il comportamento degli esseri viventi, tale parole è adattabilità”. Il trasferirsi non è, dunque, un voler dare fastidio a qualcun altro oppure, come scrisse Alfred Tennyson in Ulyxes, la voglia di nuovo e di sperimentazione alimentata dalla curiosità: è mera sopravvivenza; è adattarsi a periodi tristi della storia del globo. Quindi, il bianco, che colore è? Per quanto mi riguarda è come tutti gli altri, certo, differisce in alcuni aspetti rispetto agli altri colori di una tavolozza immensa, ma ha una cosa in comune a tutti, dipende dalla luce. Il bianco, sotto determinata luce, può sembrare rosso, grigio o marrone. Alan Garant, professor universitario, un giorno disse: “Esistono solo due tipi di persone: gli astronomi e gli astronauti. Entrambi vogliono la stessa cosa: i primi si godono lo spettacolo dalla Terra, i secondi hanno la necessità e il coraggio di andare a prenderselo nello spazio”. Non è corretto, umano, avercela con gli astronauti solo perché noi a casa abbiamo un telescopio.

Mattia Russo (classe 4B SA)