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L’ANGOLO DELLA POESIA…

La foschia copre le fronde
della mente, in queste fumose
giornate d’autunno, le rose
s’abbandonano, nella noia, moribonde.

L’orologio rimbomba, picchio solitario,
nel silenzio immenso d’un pensiero
perso alle soglie del cielo altero,
giudicato nella superbia, cinismo ordinario.

Odoroso è il muschio di brina terso:
ne contemplo l’irraggiungibile armonia
e nelle sue forme mi scopro perso.

Presto i colori svaniranno alla malinconia
annullati nell’infinita trama dell’universo:
nell’oceano d’indifferenza siamo gocce d’agonia.

Soli nell’immensa distesa dorata,
ineffabili figure di un sogno lontano
lasciate svanire tra le spighe di grano.
Vorticano i pensieri nell’aria consumata

in questa stanza di cieca illusione
avvinghiato tra le spire dell’incerto futuro
versi rivolgo al ciel ormai scuro
e nella notte m’abbandono alla finzione.

Ritorno al campo or di rosso inondato:
nei della terra, papaveri orgogliosi,
erti nascondono la chioma tua scarlatta.

La fantasia s’accosta al cuor addolorato:
lieve è la brezza e i grilli son festosi,
il pensier si perde in questa bolla astratta.

La pioggia scroscia, perpetua,
e nello spirito essa mi solleva
da ogni pensier che in me ardeva:
Il mio corpo è ora goccia fatua.

Tocco le nuvole, intravedo il sole
ma il ciel mi rinnega, macchina impietosa,
nell’arida terra di una realtà corrosa
da futili ricerche: specchi per allodole.

Opporsi al bramoso suolo è disperata
agonia, e mentre esso assorbendomi m’annulla
grido ultime parole al grigio incolore.

D’ogni voce l’anima dal vento è privata,
inconsapevole bimbo torno alla culla
e ignaro nel gregge abbandono il dolore.

Tommaso Turchi 5B SA

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MIGRANTE, PERCHE’? TRACCE DI VIAGGI SCALFITE NELL’ANIMO. CHIARA MICHELON RACCONTA.

Il fenomeno dell’immigrazione esiste sin dai tempi dell’apparizione della specie umana sulla Terra. I vari individui si spostavano alla ricerca di terre più adatte per vivere o anche semplicemente per pura curiosità umana. Tuttavia negli anni sono cambiate le varie leggi e i diritti degli Stati che ricevono persone di altre Nazioni, delineando i profili di chi ha il diritto di entrarein un Paese e chi invece deve soffrire nelle terre ove talvolta non vi è nemmeno l’acqua per dissetarsi. Negli ultimi anni i flussi migratori sono incrementati in Europa ma non vi sono molte informazioni certe ed imparziali su tale fenomeno che colpisce tutti noi cittadini molto da vicino. A tale proposito il giorno 29 ottobre 2018 la classe 3^A scientifico del Liceo “EnricoMedi” di Senigallia, ha avuto l’occasione di conoscere quanto più si possa sapere sulle cause che spingono i cittadini di Asia ed Africa a scappare dalle loro terre di origine e sulle modalità di arrivo nel nostro Paese. L’incontro è avvenuto tra la classe suddetta e Chiara Michelon, autrice del libro “La Fuga”e Laura Alesi, referente SPRAR di Senigallia. Il progetto SPRAR (sistema di Protezione Rifugiati e Richiedenti Asilo) è di respiro nazionale, ha sede a Roma e non si occupa si accoglienza di base, ma tenta un approccio integrato nella società. Operano in esso persone coordinate dove ognuno segue un preciso nucleofamiliare, insegnando loro le operazioni quotidiane (ardue per chi ha sempre vissuto in luoghi molto differenti dalla nostra società) e creando una fitta rete attorno alle famiglie. Il suddetto libro racconta le terribili vicende di persone che devono scappare dalle loro terre perché perseguitate per motivi etnici, politici o religiosi. Le famiglie sono ospitate a Senigallia dove alcune di loro sono state disposte a raccontare la loro terribile esperienza attraverso un’intervista dell’autrice e di alcuni operatori Caritas. Spesso gli incontri erano brevi per la paura e il dolore di ricordare il passato che non li abbandonerà mai.

Queste persone scappano da guerre politiche o religiose o da tremende persecuzioni, giungendo in Europa tramite corridoi umanitari attraverso i quali gli addetti si recano nei campi profughi offrendo trasporto verso il Paese d’arrivo e un permesso di asilo. Purtroppo questo non è l’unico modo per scappare da quei Paesi, in quanto esiste anche il traffico di esseri umani per volontà e per disperazione o per vendita di uomini, donne e bambini. Tali persone si avventurano nel deserto fino alla Libia e poi vengono fatti salire su barconi. A tal proposito, dopo l’operazione “Mare Nostrum”, che salva i migranti in mare, i trafficanti abbandonano i barconi, esponendo queste vite ad un grave rischio. Con “migrante” si indica colui che si sposta da un Paese ad un altro e non necessariamente chi giunge in Italia con barconi. Una volta arrivati alla loro destinazione la Convenzione di Dublino detta che i migranti devono far domanda di asilo nel Paese d’approdo, attendere la convocazione della Commissione dove vengono esposti i motivi di emigrazione dal Paesed’origine tramite testimonianza diretta e prove di persecuzione.Successivamente essi devono attendere per almeno tre mesi la risposta della Commissione, dopo la quale ottengono eguali diritti dei cittadini italiani per cinque anni e solo dopo dieci possono richiedere la cittadinanza. Le richieste aumentano sempre più così come i tempi di attesa. Lo status (domanda per il permesso d’asilo) può variare. Ad esempio esiste il permesso di soggiorno, la protezione sussidiaria data in caso di pericolo nel Paese d’origine e che può essere ritirata solo nel caso in cui le minacce svaniscono e infine vi è il permesso dato per motivi umanitari. I costi per tali operazioni sono necessariamente elevati ma l’Italia è un Paese vecchio dove l’aumento di nascite è dovuto a stranieri, molti dei quali pagano contributi che non ricevono, determinando quindi i costi di bilancio. E’ un dato certo che dietro a tali traffici vi è una fitta rete di criminalità organizzata, ma è anche vero che gli stranieri sono per lo più responsabili di piccola criminalità (ad esempio spaccio). Ed è proprio per questo che l’inclusione di queste persone è indispensabile per il nostro Paese al fine di diminuire la delinquenza e rendere più stabile la Nostra società. Ma le reti mafiose trascinano chi si trova in situazioni economiche complicate e gli emarginati nel mondo parallelo della delinquenza e proprio grazie al progetto SPRAR possiamo combattere questo che non porta altro che criminalità in Italia e coinvolge chi scappa continuamente da persecuzioni e di certo non merita altra sofferenza. Infatti spesso succede che tali persone arruolate dalla mafia, tornando nel loro Paese ricche e di bell’aspetto, sconsigliano ai membri del villaggio di partire per non cadere in mano a reti mafiose e che però questo venga visto come un gesto di egoismo affinché gli altri non facciano la loro stessa fortuna. Accade anche che delle famiglie mandino i loro figli per fare fortuna e per poter mantenere la famiglia nel Paese d’origine oppure per salvare i bambini dalle leva militare.

E’ bene delineare che il fenomeno migratorio non è più un’emergenza, ma indubbiamente va gestito, perché le persone non cesseranno di arrivare. Inoltre è di fondamentale importanza comprendere il giusto uso dei termini, perché tutto ciò che è diverso è sempre motivo possibile di discriminazione. Ricordiamo l’olocausto, causa di innumerevoli morti, dopo il quale i termini razzisti si sono moderati. Attualmente i toni sono spesso pesanti e bisogna capire che questa continua discriminazione impedisce il confronto che avverrà tra le nuove generazioni italiane e coloro che sono giunti in Italia da tanti anni. Spesso i migranti vengono detti “ladri del lavoro”, ma in realtà queste persone fanno lavori che noi italiani ci rifiutiamo di fare. Tutto ciò per sottolineare il fatto che individuare un nemico comune unisce la collettività, ma anche questa linea di pensiero non porterà nulla di buono per le generazioni future ed inoltre spesso la visione di immigrazione è distorta e condizionata, la quale porta a considerare pericolose tali persone. Concludendo ritengo di fondamentale rilievo una frase detta dall’autrice del libro “La Fuga”, ChiaraMichelon, la quale afferma: << Sono fortunato perché io, a differenza loro, posso scegliere>>.

Giulia Gentili, 3ASC

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10 DICEMBRE, SOLO UN SILENZIO ASSORDANTE

È il 10 dicembre 2018, quando non trovo più il coraggio di guardare negli occhi i miei compagni. Troppa paura di essere scalfita da quegli sguardi pieni di rabbia e disperazione. Vorrei stringere le loro mani, guardarli in faccia rassicurandoli con un sorriso, abbracciarli magari… E invece, me ne sto qui, con una penna in mano a sputare parole su un pezzo di carta durante il minuto di silenzio per chi non c’è più. Non pensavo ci si potesse sentire tanto impotenti di fronte ad una morte così ingiusta. Vestiamo tutti di nero oggi, in Loro onore. Già nell’entrare dal cancello esteriore della scuola, sentivo che c’era qualcosa di diverso nell’aria. All’inizio non sapevo cosa fosse, poi, entrando nell’edificio ho capito. Silenzio. Era il silenzio a regnare. Nessuno oggi trova il coraggio di urlare l’arrivo dei prof, di ridere a crepapelle con il compagno di banco…
La classe di Asia è di fianco alla nostra, sento pianti e lamenti provenire da lì, in corridoio, un via vai di anime in pena, di amici che oggi si ritrovano con un vuoto immenso e un dolore lancinante in mezzo allo stomaco. L’ atmosfera è devastante. Troppo dolore da sopportare, ma bisogna affrontarlo prima o poi. Ah, ecco le telecamere, non so che pensare. Un momento così delicato dovrebbe essere custodito solo tra le persone coinvolte, ma d’altra parte tutti devono sapere cosa ha portato questa tragedia nelle vite di ognuno di noi. Nessuno escluso. Vedo i rappresentanti del mio istituto fare un’intervista sotto lo striscione in onore delle vittime che dice: “Da un concerto si esce senza voce, non senza vita.” Sento il pianto che piano piano sale sempre più su, poi si blocca in gola, si spezza, lo rimando giù dolorante… non so precisamente da cosa si origini, un insieme di emozioni che hanno un comune denominatore all’origine, la morte, ma che da lì si ramifica e acquista mille altre sfaccettature. È passata solo la prima ora e sono già esausta. Le parole iniziano a sgorgare, ragionamenti sull’accaduto, frasi di rabbia forti, piene di dolore. Non una frase rassicurante. Quale potrebbe esserlo di fronte ad una tragedia simile? Ancora non so bene che comportamento adottare, parlo d’altro per distrarmi dalmacigno che mi ritrovo sullo stomaco senza volerlo, nessuno di noi lo voleva. Sorrisi imbarazzati, quasi spaventati. Abbracci strazianti di gente in lacrime. Distolgo lo sguardo, non sentendomi degna di prender parte a certi momenti. Ho la nausea. È tutto troppo pesante. Si vede ad occhio nudo e si sente senza dubbio un ritmo ben preciso, incalzante, senza fine, a tratti silenzioso che piano piano aumenta in mormorii, discussioni, via via sempre più forti fino ad esplodere in un triste lamento accompagnato dalle lacrime per poi cessare e ricominciare nuovamente più tardi.


Visi curiosi sì affacciano alle finestre. Siamo solo a metà della seconda ora.

Terza ora. Il tempo sembra essersi fermato, non passa mai. Come il tempo, non passa la tristezza. Al diminuire delle ore restanti, aumenta il numero delle telecamere, dei giornalisti e delle persone in lacrime. Il mio prof. di matematica è assente. Possiamo immaginare tutti il motivo, perché il suo nome è Piergiorgio Girolimini e oggi, invece di festeggiare per la verifica di fisica scampata, il pensiero della classe va a lui, rimasto a casa a piangere la sorella defunta, Eleonora.
Altri giornalisti. Altre lascrime. Silenzio.
Le persone più fragili o semplicemente le più colpite sono nella classe di Asia, piena di rose e bigliettini, accompagnate da una psicologa.
È dura, è veramente dura.
Ho paura. Paura che tutto cambierà e che niente sarà come prima. Ho fame, ma non me la sento di passare davanti alla Sua aula per raggiungere le macchinette. Temo di mancarLe di rispetto. L’intervallo, al contrario di tutti gli altri giorni è passato in maniera inesorabilmente lenta, niente schiamazzi lungo il corridoio. Ora, c’è gente che cerca di ripercorrere gli eventi di quella fatidica sera, tentando di capire, di dare un senso a tutto questo, ma tutti sanno che non c’è nè giustizia, nè logica. Sguardi increduli e attenti di chi ascolta testimonianze di superstiti. Campo di guerra. Morte. Per la prima volta oggi esco dalla mia classe, vado in cerca di due mie compagne di squadra che quella sera erano con Asia. Abbraccio Valentina ormai svuotata da tutte le lacrime piante nelle ore precedenti. Poi vedo Anita, girata di spalle, così piccola, così fragile. Si gira, mi vede, inizia correre verso di me e mi abbraccia in maniera così forte da lasciarmi senza fiato. Non avrei mai potuto immaginare che tale forza potesse uscire da una così docile creaturina. Ma lei, colma di dolore, rabbia e disperazione, un fiore  dolce e innocente spezzato dalla morte, mi abbraccia, trasmettendomi una tormenta di emozioni tragiche. Io non so che dire se non:“Lo so, lo so, piccola, lo so che è dura…”
Ma oltre a questo non so in che modo confortarla. Piange, ha il visino bagnato, le asciugo le lacrime, le sorrido, cercando di farla stare meglio, ma cosa, in questo momento può farla soffrire di meno? Io, la risposta, non ce l’ho. Prima di andarsene, mi urla: “Lei era con me quella sera, io mi sono salvata e Lei no!“ Ed esplode in un altro, tragico pianto pieno di rabbia. Rimango a guardarla andare via per un po’, con un senso di incredibile impotenza. Non è giusto, tutti noi lo sappiamo. Finito l’intervallo è arrivato il momento che un po’ mi aspettavo. Il brainstorming con la prof. di italiano. Quelli che prima erano solo pensieri confusi ora si trasformano in parole pronunciate, in emozioni manifestate. Fatte di sentimenti veri, ancora bollenti. Credo che sia importante affrontare questo dolore che ci pervade, non so come, ma primo poi bisogna farlo. La testimonianzadi Alice ci fa rimanere tutti pietrificati, lei c’era. Ci racconta che da dove è uscita lei, si vedeva tutto, vedeva le facce violacee dei ragazzi schiacciati dalla folla, le mani tese verso di lei e il suo gruppo di amiche come a chiedere aiuto. Più tardi, gente svenuta per terra, piena di graffi e sangue, viola in volto. Scenari spaventosi di violenza, terrificanti. Alice non riesce ad affrontare ancora il suo dolore, come lei altri non hanno più mangiato e dormito dopo l’accaduto. Lo chiamano “blocco emotivo”.

È la quarta ora quando riesco aguardare tutti miei compagni in faccia, vedo occhi gonfi, sguardi imbarazzati di chi in qualche modo è meno coinvolto, chi guarda un punto fisso, chi invece guarda ovunque, magari in cerca di un qualcosa che sia in grado di farli sentire più protetti, perché almeno per oggi nessuno di noi si sente protetto. È il turno di Nicoletta, che ci racconta  come è venuta a sapere della scomparsa della sua cara amica Asia. Ha cercato di inviarle un messaggio quella mattina, un messaggio che non verrà mai letto. Le labbra di Nicoletta tremano, non riesce a stare ferma con le mani, le lacrime della mia amica mi fanno soffrire, ma una parte di me non si sente degna di piangere insieme a lei. Mi tengo tutto dentro, non del tutto, continuo a scrivere, è l’unica maniera che conosco per far defluire questi malinconici pensieri. Nicoletta è piena di rimorso, avrebbe voluto dirle cento volte in più “ti voglio bene“, e viene sovrastata dal pensiero che per lei sia troppo tardi ormai. Ci spostiamo alle finestre, assistiamo in silenzio dal primo piano alla diretta televisiva della Rai. Tutta la scuola è in ascolto e molte classi si sono riversate nel cortile, la giornalista dice: “Mi ha stupito in quanti sono venuti a confidarsi da me questa mattina, vogliono far sentire la loro voce!“ Più che voce, personalmente avrei usato le parole ‘urlo straziante’. Finita la diretta, un applauso che lascia poi il posto al sovrano della giornata, il silenzio.


Ultima ora.
Non sembra finiremai.
Provo a condividere le mie paure con alcune delle mie amiche.
È tutto così surreale.
Proviamo a parlare d’altro, proviamo a distrarci in qualche modo, ma siamo tutti troppo scossi per riuscirci. Prendiamo coscienza del fatto che quello a venire sarà un periodo troppo lungo e buio. La morte, nella sua tragica essenza, ha riunito sotto il dolore, l’amicizia e il rancore tutti i componenti di questa scuola, dagli studenti, ai bidelli, ai professori. Per tutto il fine settimana e per le quattro ore e mezza di questo tragico lunedì mattina non ho versato neanche una lacrima, come se fossi in una bolla e tutto ciò che accade intorno a me cercasse di colpirmi, ma viene spinto via. Ma ora, riguardando le rose bianche di Asia e rileggendo queste mie parole ai miei compagni, esplodo. Piango. Fa troppo male. Mi sento in un certo senso sbagliata a farlo perché io non ho perso i miei cari, erano persone a me sconosciute o appena incrociate nel corso della mia vita, ma rivivendo lo straziante dolore attraverso le persone a me vicine, posso confermare una cosa; in qualche modo, quelle persone sono diventate parte cruciale della mia esistenza perché le loro morti, inequivocabilmente ingiuste, hanno segnato nel profondo la mia coscienza, rendendoci tutte persone cambiate, più consapevoli. Fa rabbia pensare che ci siano voluti avvenimenti tanto vicini a noi e incommensurabilmente tragici per renderci Italia, ma purtroppo è così. È nel momento in cui esco da scuola che realizzo. Sono le 13.00 del 10 dicembre 2018, quando mi sveglio come da un brutto sogno, solo per rendermi conto che si tratta della realtà e che queste sono le nostre vite, così preziose, così effimere. Ancora con le lacrime agli occhi vedo le teste basse dei miei compagni. Questo bruciore che ho nel petto che mi accomuna a tutti loro, difficilmente smetterà di cessare. Per Senigallia e dintorni oggi è un giorno nero che ha scavato nel profondo tutti noi. Oggi fa male fa male sul serio.


Mi sento di dare questo unico consiglio a chi sta leggendo le mie parole. Non portiamo altra tristezza vedendo questo bruciore come fuoco che devasta, vediamolo invece come fuoco che illumina e dà speranza. Facciamolo per Loro. Accompagno nel dolore e nel rammarico tutti miei amici che erano anche loro e le famiglie di Asia, Daniele, Emma, Benedetta, Mattia ed Eleonora, con la speranza che possono affrontare nel migliore dei modi questi anni a venire.

Giulia Curzi 3C Li

Pubblicato in: Scrittura creativa

SI FOSSE ….

S’i’ fossi silenzio, urlerei al mondo,

s’i’ fossi rumor, lo zittirei,

s’i’ fossi fiore, ci crescerei,

s’i’ fossi erbaccia, rimarrei nel fondo.

S’i’ fossi musica, sarei allor giocondo,

che buone note allor porterei,

s’i’ fossi letto, sa che farei?

dormirei in un sonno profondo.

S’i’ fossi fango andrei dalla gente,

s’i’ fossi purezza, fuggirei da loro,

tranne da chi si comporta onestamente.

S’i’ fossi Eugenio, com’i’ sono e fui,

quello che feci rifarei similmente,

ma brutte esperienze lasserei altrui.

Eugenio Antonioni, 3C Li

Si fossi cibo, sfamerei il mondo

Si fossi acqua, lo disseterei

Si fossi vestiti, li donerei

Si fossi Dio, ci girerei in tondo.

Si fossi scuola, aiuterei il mondo

che tutti i poveri accoglierei

Si fossi libro, sa che farei?

Acculturerei nel profondo.

Si fossi morte, scapperei da loro

Si fossi vita, la darei

farei in modo che sia un tesoro.

Si fossi Euron, come sono e fui

fermerei i conflitti

e non mi porrei i problemi altrui.

Euron Saliu, 3C Li

Si fossi Paola, il telefono prenderei
Si fossi Spins, il rapporto metterei
Si fossi Bellucci, il mantra espellerei
Si fossi Stolfi, a scuola non verrei

Si fossi Maio, tre volte il video metterei
e un architetto sarei
Si fossi Brenda, pardon chiederei
e con sorpresa il tuo nome indovinerei

Si fossi Sordoni, dormire a Guadix vorrei
e se senza suonare entri, allora mi arrabbierei
e in presidenza mai starei.

Si io fossi Simone, come sono e fui
le cose non capirei, e per questo
a casa starei.

Simone Barzetti, 3C Li

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LA FABBRICA DEI NOBEL: ISHIGURO, PIRANDELLO E “QUEL CHE RESTA” DEL ROMANZO MODERNISTA

Venerdì 9 novembre 2018 alle 14:30 presso l’aula magna Carlo Urbani del Liceo Enrico Medi diSenigallia, si è tenuto l’incontro con il professor Alberto Casadei, dell’Universitàdi Pisa, relativo al progetto “La Fabbrica dei Nobel”, che ha coinvolto le classi 5BSA e 5DSCcoordinate dalle rispettive insegnati di italiano Paola Via e Alessandra Ceccarelli. Questo progetto, a cui le classi si sono dedicate da marzo 2018, prende in esame tre premi Nobel,  Luigi Pirandello, Thomas Mann e Kazuo Ishiguro, e analizza i loro legami con il Modernismo e il loro modo di rispecchiare la società in cui vivono. L’ospite che ci ha onorato della sua presenza è il prof. Alberto Casadei, critico letterario e accademico italiano che è, attualmente, Ordinario di letteratura italiana all’Università di Pisa. Si è laureato presso la Scuola Normale Superiore e si è poi dedicato allo studio digrandi autori italiani, tra cui Montale, Ariosto e Pirandello, scrivendo su diloro testi di una certa rilevanza. L’esperto ha esordito specificando cosa si intende oggi per Modernismo, categoria di recente definizione che comprende più aspetti della realtà, e ha proseguito focalizzando l’attenzione sul romanzo modernista, in particolare il “Fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello. Il professore ha messo in evidenza le principali caratteristiche e le differenze con i romanzi precedenti, quindi l’utilizzo, mai visto prima, degli elementi che sfuggono al controllo dell’uomo e che lo portano al cambiamento.

Parlando di questo aspetto, Casadei ha fatto notare come il romanzo modernista abbia influenzato diversi film, serie televisive ecanzoni moderne, facendoci capire che il pensiero dell’autore ci riguarda tutt’oggi. Procedendo in questo senso, l’ospite ha citato anche “Don Chisciotte” di Cervantes, “Non lasciarmi” e in particolare “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro, con il quale ha comparato il fu Mattia Pascal per metterne in risalto analogie e differenze. Ciò che è emerso dal confronto di queste due opere è la presenza del mutare del protagonista, che però porta a due finali quasi opposti. Infatti, se nel fu Mattia Pascal, Mattia cambia completamente ed irreversibilmente, in Quel che resta del giorno, il protagonista Mr. Stevens, alla fine torna ad essere ciò che era inizialmente.

Tra le riflessioni emerse nel dibattito finale interessante è stato l’interrogativo sul finale del fu Mattia Pascal (finale aperto o chiuso?) a cui l’esperto ha risposto che il romanzo di Pirandello ha una chiusura parziale, poiché non ci vengono forniti tutti gli elementi che concludono la vicenda del protagonista. Il  professore ci ha invitato inoltre a soffermarci sulla questione del nome, che non è sufficiente ad identificare l’individuo, poiché questo è formato dalla sua storia personale, e quindi dalle situazioni passate, dalle persone incontrate ecc…In Ishiguro per esempio il protagonista è indicato sempre con il cognome, il nome non è più usato come elemento di identificazione.

Terminato così l’incontro, sono stati rilasciati i certificati di partecipazione validi per l’attribuzione del credito agli studenti e per la formazione dei docenti che hanno partecipato numerosi.

Ancora una volta questi momenti sono stati non solo un’occasione di approfondimento, ma la dimostrazione che lo studio della letteratura ci offre uno sguardo sul mondo che diventa strumento per comprendere meglio la complessità di oggi. Dopotutto l’uomo contemporaneo vive spesso le stesse crisi e gli stessi momenti di follia dei protagonisti di Pirandello!Un po’ come guardarsi allo specchio!

Roberto Palladino 5B SA

Pubblicato in: Letteratura, Scrittura creativa

DONNA DEL PARADIS…IN DIALETTO SENIGALLIESE!!

Donna del Paradis

tu  fiol Gesù  Crist  beat

è  stat   catturat.

Corr  donna  guarda 

ch  la  gent  i mena;

me  sa ch  l’mazn

tant   gli  han menat

Com  po esse  ch  han

pres  mi fiol  ( Cristo),

ch  n’ha  fatt gnient ?

Madonna ,  l’han tradit,

Giuda  l’ha vendut;

per  trenta  denari,  c’ha

guadagnat   ‘na   mucchia

Aiuto,  Maddalena,  quanta

sufferenza,  me  l’han

portat   via  propri  com

me l’avevan  dett.

Corri, corri, perché

i   sputn,  el portan via,

e  l’stann  a purtà   da

Pilato.

Pilato, ne fa tormentà,

Perché  t  poss   fa

ved  che  n’ha  fatt

propri   gnient.

Crocifiggilo, crocifiggilo!

Perché  lu  dic  d’esse

 l’ re  perciò  va contra la

legg   d Roma.

Per  piacer,  statm a

sentì.  Pensati  al  dulor

d  na  madre,  magari

c’ arpensati!

Tiran fora  do  ladron,

acculmò  c’ha do

compagn,  fatt  una

curona  d  spini

vist  ch dic d’esse

l’re.

Fiol mia, fiol mia,

chi consolerà il mio

cuor  tormentat  da

tant  dulor ? Fiol  mia

perché  nun  me rispondi?

Perché  te  nascondi 

Dal  pett  n’do  t’ho

allattat.

Madonna ecco la croce

Che la gente l’porta

Ndo la vera luce

Deve esse levado.

O croce ma que fai?

E il fiolo mia me voi toglie?

E que glie rimproveri

S’in n’ha fatto nisciun torto.

Vene donna piena de dolore

Aiudace perché tu fiolo lo stanne a spoglià

Pare che la gente l’vole

Martirizzà.

Se te togli la veste

Lassatemelo vede

Come, con colpi violenti

L’hanne fatto sanguinà.

Donna glie se pia la mano

e lo stendene sulla croce

l’hanne bugato s’an chiodo

a tal punto che ce l’hanne conficcado dentro.

Se pia l’altra mano

E se stende sulla croce

S’accende n’dolore

Che è pure più forte.

Donna se piane i piedi

E venene inchiodati al legno

Aprendo ogni giuntura

E l’hanne slogato tutto.

E io incomincio a piagne

Fiolo, gioia mia

Fiolo,chi t’ha mazzato

Fiolo mia delicato.

Avrà fatto meglio

A strappamme l’core

Perché lu sta steso sulla croce

E è straziato.

Oh mamma ndo sei venuta?

Me fai sta malissimo

Me spegne il tuo pianto

Che vedo cosi angosciato.

Oh fiolo, perché c’ho n’motivo

Fiolo, padre e marido.

Fiolo, chi t’ ha ferido?

Oh fiolo, chi t’ha spogliato?

Sara Amagliani, Elisa Bertarelli, Denise Leporoni,     3Cli

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I CREATORI DEL SORRISO

Mercoledì, 7 novembre, la classe 1^D Linguistico ha ospitato quattro volontari del CVM, la Comunità di Volontari per il Mondo con sede ad Ancona che si occupa di diritti umani e della formazione dei docenti per la loro diffusione nelle scuole. Sono venuti per parlarci dei problemi che riscontrano le popolazioni africane nel quotidiano e quindi dei progetti di cui l’organizzazione si è occupata lo scorso anno. Due di loro, rimanendo in Italia, mentre gli altri due, stabilendosi per un intero anno in Etiopia.

L’Etiopia, o Stato delle “facce bruciate” come traduce il suo nome, è il secondo paese più grande del mondo che non confina con il mare ed è situato nel Corno d’Africa. Questi ragazzi ci hanno parlato principalmente dei problemi che affrontano le popolazioni tutti i giorni, nel loro quotidiano, nel loro vivere comune. In particolare …dell’acqua. Sì, come ormai si sa e si dice l’acqua è il problema principale per le popolazioni di questi territori del mondo e che comporta tante altre conseguenze, ad esempio le guerre, o anche le contaminazioni. E questo considerando che l’Etiopia è ricca di acqua!!

Qui in Etiopia l’acqua presente è, infatti, contaminata dal fluoro, e questa contaminazione, dovuta anche alla presenza di terra, fa ammalare la pelle delle persone che la bevono. Le persone di questa associazione assieme alla popolazione hanno pensato, ad esempio, di costruire una sorta di pozzi che possano contenere l’acqua dei fiumi senza farla contaminare da agenti esterni in modo che sia loro fruibile. Le dimensioni di queste sorgenti variano a seconda del flusso d’acqua. Spesso le sorgenti non vengono costruite in ogni villaggio e quindi, donne o ragazzi, devono percorrere chilometri e chilometri per andare a prendere l’acqua in fonti non molto vicine, e con taniche che, da piene, pesano anche venti chili!!

Inoltre, c’è un altro problema che si presenta principalmente nell’Etiopia del nord (ma non soltanto lì) ed è proprio lo sfruttamento delle ragazze. Le famiglie, infatti, mandano le figlie all’età di tredici-quattordici anni in case di amici o parenti a lavorare: badare alla casa, cucinare, lavare, occuparsi dei campi ed accudire i bambini. Queste ragazze vengono mandate lì perché la famiglia non riesce più a provvedere al loro mantenimento a scuola. Così, se sono fortunate, trovano nella loro nuova sistemazione un “padrone” che diventa il loro datore di lavoro, lasciandole libere di studiare e magari, con un po’ di fortuna, dando loro qualche soldo. La maggior parte di loro, però, non viene pagata.  Infine, i ragazzi dell’associazione ci hanno spiegato che, nell’Etiopia del nord, grazie al loro intervento si sono avviati dei corsi per insegnare a queste ragazze come si cucinano i cibi, e in generale le norme igieniche che in questa parte dell’Africa erano precedentemente abbastanza sottovalutate. Partecipando a questi corsi, infatti, le ragazze avevano più possibilità di essere chiamate da un datore di lavoro, e quindi, di ricevere qualche soldo. 

Insomma…spunti veri di riflessione per capire che nel mondo odierno c’è chi “USA LE COSE ed AMA LE PERSONE” invece che l’inverso…

Benedetta Nobili, 1 D Li

 

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L’AMORE VERO è SOLO QUELLO EXTRACONIUGALE? LE STRAVAGANTI IDEE DI ANDREA CAPPELLANO

“L’amore è sempre extraconiugale”, così inizia il trattato “De Amore” di Andrea Cappellano. Egli fu cappellano di corte della contessa Maria di Champagne, durante la fioritura e il momento di massimo splendore della letteratura cortese nell’XI secolo. Cappellano sosteneva idee contrastanti, in parte derivate dalla sua esperienza e in parte dovute all’influenza della società francese. Immaginava l’amore come una virtù che potesse regalare bellezza anche all’uomo incolto e rozzo, che potesse donare nobiltà agli umili e umiltà anche ai più superbi; questo perché, a partire dall’XI secolo, inizia a prendere piede l’idea di una nobiltà non soltanto di sangue, ma anche d’animo. E’ questa percezione dell’amore che spinge Cappellano a scrivere il trattato “De Amore”, suddiviso in tre libri: la frase riportata all’inizio del testo, è stata estrapolata dal secondo libro, nel quale viene indicata una casistica delle situazioni possibili fra due amanti e il giusto comportamento da adottare in ciascuna di esse.

Andrea Cappellano, De Amore

Andrea Cappellano sostiene che l’amore sia un concupiscente e infinito desiderio di sguardi furtivi, una continua ricerca dell’altro e dei suoi abbracci teneri e passionali.

Se l’amore è tutto ciò, come può esserci amore tra due coniugi? Il vincolo del matrimonio nega qualsiasi possibilità di vivere un affetto sincero: una persona sposata vive nella continua certezza dei sentimenti dell’altro, senza la paura di un possibile rifiuto e con la consapevolezza che qualsiasi suo desiderio possa essere esaudito senza alcun problema. Non si tratta di amore, perciò, ma soltanto di una vita di coppia dettata dall’abitudine e dalla monotonia. La stessa interpretazione della gelosia rende il rapporto tra due amanti molto diverso da quello di due coniugi; i primi accettano la gelosia e la abbracciano, venerandola e nutrendola, ogni giorno, come se fosse loro amica. Nel matrimonio, soprattutto spirituale, la gelosia è considerata un male terribile da scacciare immediatamente, poiché ritenuto un sentimento non degno per una persona sicura del proprio rapporto e fedele al suo compagno. Mettendo in relazione l’amore coniugale con il rapporto tra padre e figlio si può affermare che non si tratta di una vera amicizia quella tra padre e figlio, ma soltanto di consaguineità. Allo stesso modo non è possibile parlare di amore tra due coniugi, ma soltanto di un profondo affetto. Cappellano nel suo terzo libro fu costretto ad abiurare e a ritirare molte delle argomentazioni che aveva utilizzato a sostegno della sua tesi, poiché considerate blasfeme e inadatte al suo abito clericale. Uno dei punti più importanti sul quale Cappellano fu costretto a ritrattare, fu quello dell’adulterio e del ruolo dell’amante in una relazione.

Ricollegandoci a giorni nostri, l’adulterio fu considerato come peccato punibile a livello giuridico fino agli anni 60’. L’amante, per tutta l’epoca medioevale e anche successivamente veniva arrestato e in alcuni casi condannato anche a morte. Ci sono testimonianze scritte, ma anche narrate in alcuni documentari e film, che ci mostrano l’adulterio come un peccato e come un atto logorante per la coppia che lo subisce. is (1)

Su questo tema, Cappellano presentò idee premonitrici di ciò che accade nella società odierna: moltissimi studiosi e sociologi raccontano come il rapporto extraconiugale sia spesso “utilizzato” per ravvivare il rapporto di coppia. Capita, a volte, che il rapporto con un’altra donna potrebbe rendere  l’uomo più attivo e premuroso nei confronti della propria compagna. Cappellano, per di più, era dell’idea che uomini di ceti sociali subalterni, non potessero impegnarsi nelle pratiche amorose poiché ostacolati dal loro lavoro nei campi. Per lo stesso principio non esistevano trattamenti riservati per le contadine da parte dei nobili, perché era convinto che l’amore dipendesse dalla gentilezza e dalla nobiltà d’animo, virtù riservate soltanto alla nobiltà e ai cavalieri. Per questo stesso motivo, la maggior parte dei matrimoni dell’epoca erano combinati tra nobili con lo scopo di mettere in comunione i propri beni e per promuovere la propria discendenza. Probabilmente, anche questo incideva sull’impossibilità di amare sinceramente nel rapporto coniugale. Oggi, al contrario, è possibile trovare un rapporto di coppia dove sia presente l’amore vero dal momento che siamo tutti più liberi di scegliere la persona con cui passare il nostro tempo.

Concludendo, il trattato di A. Cappellano racconta il vero significato dell’amore, descritto come un rapporto passionale e senza restrizioni, comandato dal desiderio e dalla gelosia, dettato da sentimenti nobili e sinceri che nessuna società riuscirà mai a soffocare.

Vittoria Balducci, 3C Li

 

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SENTIRSI VIVI

Se lo aveste potuto vedere, vi sarebbe venuta fame di mondo. Non era un turista da prima classe o di quelli che ritornano a casa con buste intere di souvenir. Era, piuttosto, un viaggiatore che amava la vita: la sua è quella degli altri. Si poteva vedere che non apparteneva solo al suo paesino, ma chiamava “casa” l’Oceano Pacifico, i tramonti di Marrakech, le montagne ghiacciate della Russia, i grattacieli newyorkesi. Lui non era figlio dei suoi genitori, era figlio del mondo. Mi ha insegnato l’amore per il viaggio. Mi disse:”tutti nasciamo viaggiatori, è nella nostra indole.”
Ed è vero. Idolatrare le proprie origini non ha mai portato a nulla di buono. Viaggiare, spostarsi, sentirsi nomadi, scorrere con il dito il mappamondo, immaginando di volare sopra Tokyo, Berlino, Madrid è la bellezza più grande.

città
Siamo uomini:”non abbiamo radici, ma piedi per camminare.”
Quando vedremo un cielo diverso da quello a cui siamo abituati significa che conosceremo qualcosa in più e avremo sicuramente qualcosa in più da raccontare.
Le emozioni più forti riesci a provarle quando, credendoti perso, ti ritrovi in un paio di occhi diversi dai tuoi, nell’odore di una spezia, nella sabbia fredda sotto i piedi di un’alba rubata al resto del mondo.

Dovremmo percepire le nostre frontiere discutibili: allora sì che nessun popolo si sentirebbe puro. Siamo stati buttati da qualcuno senza criterio in una minuscola porzioncina di mondo, noi come le pietre, ma a noi è stato riservato un privilegio in più: possiamo spostarci guidati dalla nostra volontà. Dunque, vogliamo continuare ad essere pietre sedentarie?
Un viaggio squaderna la realtà sotto i nostri occhi, ci mette in discussione, ci dà l’opportunità di riscattarci con la vita.

viaggio
Quando ti senti smarrito, la tua luce salvifica potrebbe trovarsi nell’altro emisfero terrestre perciò devi partire, cercare il posto che ti appartiene realmente in quel momento. Pensi di non conoscere le lingue? Si imparano. Che cosa hai da perdere?
Scopri, sperimenta Il piacere di conoscere culture differenti, di sfatare stereotipi, di avvicinarti a ciò che sentivi così distante. La parte più difficile e dolorosa è lasciare i propri “fiori“ a qualcuno che ci sostituisca nella cura di questi. È doloroso per chi parte e per chi resta, ma non è giusto rinunciare ad un’esperienza per la paura di perdere qualcuno o qualcosa. Se sono vere le relazioni umane e i sentimenti persistono nel tempo, chi vi ama vi aspetterà.

Alcune volte il viaggio può sembrare egoistico, ma ognuno di noi quando ha la necessità può concedersi di essere un egoista, di ricominciare da se stesso.
Vivi per sentirti vivo, non limitarti ad esistere.

Arduini Caterina 3CSc