Pubblicato in: Scrittura creativa

TRE ESERCIZI DI SCRITTURA CREATIVA. TRE MISTERI DA DECIFRARE…

 

Spremete le meningi e indovinate gli oggetti misteriosi mirabilmente evocati dai ragazzi di 1BLi in questi tre originali esercizi di scrittura creativa. Ecco il primo:

Un boato.

La luce squarcia il buio.

La quiete della notte si spezza e la pioggia cade.

Cade silenziosa, sola, unica, rinfrescante.

Mi bagna i capelli e le mie molteplici braccia.

Mi accarezza il corpo.

E, ad un tratto, scivola via, come un sasso nell’acqua.

Tutto nel silenzio più assoluto.

Nel silenzio spezzato ogni tanto da tuoni.

Il buio regna, come un re nel suo castello.

Come un imperatore sui suoi sudditi.

La pioggia non mi fa sentire solo.

Mi rende libero.

Mi lascia fuggire dal caldo estivo.

Tutto tace intorno a me.

Nessuno assiste a questo oscuro spettacolo.

A questo spettacolo che mi rende vivo, che mi fa sentire forte, potente.

Tengo i piedi piantati a terra mentre il vento mi scuote.

Mentre mi sibila dentro, come un serpente invaso dalla solitudine.

Mi scuote la chioma, come se lei potesse fuggire con lui.

Soffia nelle mie cavità lasciandomi vuoto.

La pioggia mi lava.

Il vento mi asciuga, porta via le mie imperfezioni, i miei spigoli, rendendomi migliore.

Il sibilo del vento, adesso, tace.

La pioggia smette di cadere.

Le ultime gocce mi bagnano il viso.

I tuoni smettono di risuonare, i lampi di illuminare.

E, all’orizzonte, fa capolino il sole.

Mi bacia con i suoi raggi dorati, mi illumina la corazza.

Poi mi sorride ed il mondo inizia a parlare.

Inizia a vivere.

(Matilde Sebastiani 1B Li)

scrittura_creativa_snoopy

Il secondo:

 

“Calpestata, accarezzata, strappata, lanciata, presa e poi lasciata. Nasco con il timore di mostrare tutta la mia bellezza perchè poi verrà apprezzata da pochi. Osservo albe e tramonti stupefacenti immortalati da chi non sa godersi quel panorama.

Allegra come l’estate, triste come l’inverno. Piango insieme alla pioggia e sorrido con il sole.

Nessuno sa come mi sento, solo quei pochi poeti. Non viene mai insegnato a scuola che anch’io vivo e sono capace di provare sentimenti e dolori. Dolori come quelli di quando vengo schiacciata, da chiunque, adulti e bambini, fa male persino chi va in punta di piedi.

Vorrei rinascere vicino ad un fiume, lontano dal mondo e dalle persone, distante dalle sofferenze”.

(Milica Zvicer, 1B Li)

scrittura_creativa

Per finire, il terzo:

 

“Le nuvole piangono. Fa freddo qua fuori. E’ ora di dormire, inizio a chiudermi ripensando a questa monotona giornata.

All’alba mi apro, qualche insetto viene a farmi compagnia, i raggi solari continuano a riscaldarmi e il soffio del cielo mi fa ballare come una piccola trottola.

Ancora è presto, non si sente niente, solo le urla gioiose del fiume fortunato, lui è libero, può correre e scivolare fino ad arrivare al mare.

Io e i miei piccoli simili verdi non possiamo spostarci, qua siamo nati e qua moriremo. La mia morte sarà un momento gioioso per qualcuno, ma non per me. Verrò strappata da mia madre per poi essere regalata, forse di me ne faranno una corona, mi mangeranno oppure mi strapperanno i capelli per capire stupide situazioni sentimentali. Non dico di avere una vita dignitosa, perchè essere pestata non è bello, ma l’unica gioia (come dicono nel mondo lassù) è quella di portare felicità ai bambini, alle mamme e alle nonne”.

(Mariem Barnat 1B Li)

 

 

Annunci
Pubblicato in: Scrittura creativa, Senza categoria

SCRITTURA CREATIVA TRA I BANCHI DEL MEDI: LA PAROLA ALL’OGGETTO MISTERIOSO

scrittura_creativa

Non so cosa sono, tu lo sai? Mi ricordo solo che, prima di essere stato rinchiuso qua dentro, in questo piccolo spazio buio, ristretto, triste, ero un castello, un castelluccio, non molto imponente né tanto stravagante, ma sì, ero un castello.Mi riaffiorano alla mente pochi tratti di questa mia ultima metamorfosi, perché sì, devi sapere che io riesco cambiare forma: ad esempio in passato, la prima volta che mi estrassero da quella scatoletta quelle soffici manine di burro, quando ancora ero giovane e non molto maneggiabile, ero una pietra, se mi si poteva definire tale. Difatti le pietre hanno una forma e…non ce l’hanno: a seconda di come si guardano,infatti, non si può stabilire che aspetto abbiano le pietre di preciso. Possono essere piatte e allungate, strette e pesanti, compatte e resistenti. Perciò a quei tempi mi ero detto “Devo essere senz’altro una pietra”…ma poi, crescendo, ho capito che le pietre non si trasformano, non cambiano nel tempo, restano sempre loro stesse ed inoltre sono dure, massicce, impenetrabili, mentre io, sia in giovane età che ancora oggi, sono molle come un budino ed elastico come un chewing gum. Per finire le pietre, solitamente, hanno un colorito grigiastro oppure marrone e ce ne sono anche di rossastre, invece io, prima che mi sommergesse la polvere, ero di un bel verde acceso, uno di quelli che se li guardi troppo a lungo ti viene quasi il mal di testa! ma a quel piccoletto di un cucciolo d’uomo (mi piace definire così un bambino) non importava, perché gli ero molto simpatico.

Ricordo perfettamente il primo giorno che mi ha visto, proprio lì, sul davanzale della finestra, ancora ben confezionato e sigillato all’interno di quella multicolore scatoletta di plastica (oggi piena di polvere con tutti i disegni e le scritte sbiadite): si fiondò di scatto, prendendo la rincorsa e con un saltello afferrò il contenitore, squarciò in due la carta plastificata attorno, sollevò il coperchio e mi strinse fra le dita, poi iniziò a tastarmi, a scompormi, a ricompormi, a “piattellarmi”, ad arrotolarmi, a dividermi per poi ricominciare tutto da capo! Ah, che confusione! Ma era una bella sensazione in fin dei conti: il calore di quelle manine svelte e veloci, quei ditini laboriosi che mi impastavano e quel sorrisetto furbo di uno che se ne intende parecchio in questo mestiere; tutto ciò mi teneva compagnia ogni mattina. Andando avanti, anno dopo anno, la mia amicizia col cucciolo d’uomo diventava sempre più forte ed affiatata. Finché un giorno, d’estate, il cucciolo d’uomo decise di modellarmi a mo’ di castello: sinceramente, non mi ricordo tutti i particolari nei dettagli, ma mi sembra che avessi avuto una forma un po’ strana, bizzarra, quasi buffa direi, tant’è che ricordo anche altri cuccioli d’uomo attorno a me che mi fissavano. In quel momento pensai che si trattasse di una festa, una di quelle divertenti ed esilaranti in cui ognuno dà sfogo alla propria allegria, anche sé, purtroppo, non fu così; difatti vidi alla mia destra il mio amichetto che piangeva: aveva completamente la faccia rossa e gli occhi lucidi.  Improvvisamente provai un senso di dispiacere nei suoi confronti: perché stava piangendo? Tutti gli altri cuccioli d’uomo ridevano e scherzavano tra loro! Feci in tempo a pensare a qualche motivazione per quel che era avvenuto che subito sentii due manine che mi distruggevano, comprimendomi dall’alto verso il basso, un gesto simile all’uccisione di una mosca. Dopodiché, distrutto e martoriato da tanta furia, arrivai, dopo qualche rampa di scale, in una minuscola stanzetta buia e piena di polvere, con tanti oggetti sovrapposti sparsi qua e là. Alla fine vidi il mio amico, col volto coperto di lacrime, che mi reggeva davanti a sé, immobile e con uno sguardo strano, mai visto prima, ma non sembrava molto felice, anzi tutt’altro. Tant’è che subito dopo, mi pare di ricordare di essere stato scaraventato a terra con tale violenza da farmi perdere i sensi per parecchio tempo.

scrittura_creativa4scrittura_creativa6

E così ora, paralizzato ed immobile, tutto solo, me ne sto qui, ormai da tanti anni a giudicare dall’elevata quantità di polvere, a torturarmi su quel terribile episodio, di cui ancora non sono capace di trovare una spiegazione plausibile, ma in fondo non me ne stupisco…come posso capire gli altri se non conosco nemmeno me stesso? Come sono fatto? Che forma ho “di preciso”? Sempre ammesso che ce l’abbia una forma! La cosa che mi rattrista più di tutte però è quella di non riuscire a provare emozioni, delle “vere” emozioni: a quanto pare, non so se te ne sei accorto, ma quando il mio e unico cucciolo d’uomo mi prendeva per la prima volta fra le sue manine di burro, quando mi impiastrava tutto con i suoi strani attrezzi da lavoro, quando mi faceva viaggiare da un continente all’altro della casa, io ero felice, “davvero” felice. Quando invece mi mostrava per la prima volta agli altri cuccioli d’uomo, i quali poi ridevano e ridevano di gusto (quasi con cattiveria ora che ci rifletto meglio), facendo piangere il mio amichetto, così che questi mi portava nel posto più remoto di tutta la casa, sbattendomi a terra, andandosene indifferentemente, io ero dannatamente triste. Però, per quanto nella mia vita abbia provato delle emozioni, non sarò mai in grado, a malincuore, di sperimentare quelle “vere”, perché questa categoria di emozioni appartiene agli individui che le sanno anche condividere, criticare, rinnegare, sopprimere e soprattutto manifestare, in modo che anche gli altri le possano vedere, sentire, provare, vivere. Ma in fondo cosa mi sarei mai potuto aspettare da me stesso? Sono un oggetto io, non un uomo! Per quanti tipi di oggetti si trovino in tutto il mondo (e per mondo intendo quella casa del mio cucciolo d’uomo nella quale ho vissuto durante l’intera vita) l’unica cosa che siamo, noi tutti, capaci di fare “veramente” è esistere. Coloro che ci spostano da una parte all’altra della stanza, che ci osservano, ci modellano e che purtroppo, il più delle volte, ci dimenticano, sono gli uomini, i veri “inventori” delle emozioni, quali felicità, gioia, allegria, ma anche rabbia, tristezza, solitudine. Ecco: forse, e dico forse perché questa è l’ipotesi di uno senza un cervello, letteralmente, l’uomo, nel corso della storia, sarà anche riuscito ad  inventare, a modificare e ad ampliare le emozioni, ma c’è un’altra peculiarità di queste strane e particolari “forme di vita” alla quale non ha prestato la giusta attenzione: saperle gestire, sempre e in qualsiasi circostanza. E questo ve lo posso assicurare…altrimenti come ci sarei finito quassù da solo?

Chiara Mancini (1CLi)