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VOCI DI DONNE CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE

LE TESTIMONIANZE DI DACIA MARAINI, DI ANNARITA CALAVALLE E DI LUCIA ANNIBALI IN OCCASIONE DELLA GIORNATA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Iniziamo con il mettere due punti fermi. Il primo è dopo un “no”. No, non si può più tollerare la violenza sulle donne. E poi dopo un “sì”. Sì, è indispensabile una giornata contro la violenza sulle donne che viene celebrata il 25 novembre di ogni anno. A raccontarlo sono i numeri: secondo le ultime stime Istat le donne che subiscono maltrattamenti sono circa 6,7 milioni solamente in Italia. Di queste, circa il 16% ha subito atti in grado di metterne a repentaglio la vita, percentuale che si alza al 20% se si aggiungono anche la percentuale legata allo stupro e al 31% se, a queste cifre già drammatiche, si considerano violenze fisiche come maltrattamenti che portano a lesioni fisiche gravi e gravissime (fonti Istat).

FEMMINICIDIOA ricordare questo tema toccante quanto straziante è Cronaca di un amore rubato, monologo che Federica Di Martino ha tratto da un racconto di Dacia Maraini, Cronaca di una violenza di gruppo, presente nella raccolta L’Amore rubato. In scena c’è un’“anima morta” che racconta le ferite sul corpo e nella mente riportate dopo uno stupro di gruppo. Stupro mai condannato: i colpevoli sono stati tutti assolti, malgrado i testimoni, malgrado lei abbia trovato il coraggio di denunciare i suoi aggressori: quattro liceali hanno sequestrato una ragazzina di tredici anni e hanno abusato di lei, per ore, lasciandola stordita e sanguinante.

Sulla strada provinciale la soccorre un prete che passava di lì per caso in automobile e che la porterà al pronto soccorso. Nell’interpretare il monologo, Federica Di Martino così esprime le sue considerazioni: “Dacia Maraini ci racconta la Cronaca di una violenza di gruppo facendo parlare tutti i protagonisti. […] Ma la bambina no… la bambina vive nella storia solo attraverso le parole degli altri. Questo mi ha colpito e mi ha spinto a desiderare di mettere in scena il racconto. Che vita può avere una ragazzina dopo aver subito uno stupro a 13 anni? Forse nessuna. Forse la sua anima si ferma in quel momento e in quel momento muore per sempre. […] Una ragazzina che ha perso quel giorno il suo posto nel mondo …
un mondo fatto di “persone per bene”, un mondo dove i colpevoli hanno voce.
 Dove i colpevoli possono vivere liberi.”

Per celebrare questa giornata, i ragazzi del Liceo Statale Medi di Senigallia si sono recati presso il cinema il Gabbiano dove hanno avuto un incontro toccante con la professoressa Annarita Calavalle, che trentacinque anni fa ha subito l’aggressione violenta del fidanzato che le ha sparato alla mandibola. La sua grinta è motivo di esempio perché invece di piangersi addosso ha ricostruito la sua vita con audacia e senza odio nei confronti del suo aggressore. A seguire è stato proiettato il film “Io ci sono – La mia storia di non amore”, scritto da Lucia Annibali, un film che ricostruisce una rinascita dolorosa eppure essenziale che ha investito Lucia dopo che è stata vittima di un gesto tanto orribile quanto vigliacco. E’ un’immersione totale nel percorso straziante della Annibali, che all’inizio del film viene colpita dall’attacco con l’acido e poi in una serie di flashback ci viene mostrata mentre continua il suo percorso verso la guarigione parallelamente al racconto della storia d’amore passata con Luca Varani.

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Un viaggio nella violenza, nell’orrore, che provoca sdegno, rabbia, una sofferenza intensa ma che in qualche modo non si abbandona mai al moto della pietà.  Io ci sono rende omaggio alla forza personale della Annibali, ricostruendone con chiarezza il coraggio, l’ironia e la capacità di piegarsi senza spezzarsi fino a diventare testimone importante del profondo senso di abominio che la violenza sulle donne provoca o dovrebbe in tutti i casi provocare e di come si possa rispondere anche al crimine più efferato tornando piano piano a vivere.

Consuelo Centurelli (3BLi)

 

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TUTTE LE DECLINAZIONI DEL BIANCO E DEL NERO

 NON TUTTI I MIGRANTI SONO UGUALI E MOVIMENTO E ADATTABILITA’ SONO DUE CARATTERI DISTINTIVI DELLA SPECIE HOMO

Il movimento di gruppi di individui da una zona all’altra del mondo è certamente un dato di fatto, sotto gli occhi di tutti. Ed è per questo che, soprattutto oggi, anche il nostro Paese, ha assunto un volto multietnico. Eppure, benché sia finito il tempo della schiavitù e della segregazione razziale in Italia (repubblica democratica) non si può certo affermare che il razzismo scomparso del tutto. Qui gli stranieri vengono ancora visti come “possibili criminali” e “parassiti sociali”.

 

Gian AntoOrda.jpgnio Stella, storica firma del Corriere della Sera, nel  libro “L’orda, quando gli Albanesi eravamo noi” scrive: “Non è così. Non c’è stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia già stato rinfacciato, un secolo o pochi anni fa, a noi. Loro sono clandestini?  Lo siamo stati anche noi”.

A questo punto sorge spontanea la domanda: questo trattamento riguarda tutti gli immigrati o solo i clandestini? Bisogna chiarire cosa significa essere “immigrato regolare” e  “immigrato irregolare”. I primi sono persone che entrano in un paese “straniero” dopo aver ottenuto il visto e con i documenti in regola. I secondi, i “clandestini” non hanno né visto né documenti. Vi è anche una sottocategoria di irregolari, che, secondo  parlarecivile.it, portale italiano sul diritto civico e politico, è la più diffusa e, di conseguenza, la più discriminata: gli overstayers. Sono coloro che, entrati regolarmente,  alla scadenza del  visto temporaneo, decidono di non tornare nel paese di provenienza. Persone che gli italiani giudicano male, perché, all’apparenza, “hanno avuto la mano e, adesso, vogliono tutto il braccio”. E’ giusto questo modo di pensare e di vedere le cose? Secondo Fabrice Dubosc, terapeuta interculturale e psicologo analista,  “la proliferazione dei conflitti e la crisi dello sviluppo hanno moltiplicato il numero dei rifugiati, determinando un’area grigia per quanto riguarda la differenza tra migrazione economica e asilo politico. Di fatto, chi oggi chiede asilo assomiglia ben poco a un dissidente sovietico degli anni della guerra fredda”. Proprio così, si è costituita un’area grigia: non è civile odiare una persona che, dopo aver vissuto mesi nel nostro Paese, abbia qualche remora a tornare in una situazione di conflitto e di violenza, aggravata da problemi economici. A parlare di “overstayers” è anche Alessandro Masala, youtuber italiano, direttore del canale di informazione “Breaking Italy”, a detta del quale  la quasi totalità degli Overstayers non rimane in Italia per paura della guerra, tantomeno per motivi economici.

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Per la famiglia. Esatto, la famiglia, la cosa più importante che ognuno di noi ha. Solitamente il viaggio che consente ai migranti di approdare in Italia, la sponda dell’Europa, lungo, travagliato e molto costoso. Gli “overstayers” sono semplicemente “uomini di famiglia”, arrivati da soli per lavorare e finanziare i viaggi dei familiari. Tornare indietro, mentre la cosa a cui tieni più al mondo è in viaggio per il paese, che ti impongono di lasciare, non piacerebbe a nessuno.

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La scienza moderna è basata anche sulle scoperte di Charles Darwin, il quale nella Origine delle specie scrisse: “Vi è una parola chiave per descrivere il comportamento degli esseri viventi, tale parole è adattabilità”. Il trasferirsi non è, dunque, un voler dare fastidio a qualcun altro oppure, come scrisse Alfred Tennyson in Ulyxes, la voglia di nuovo e di sperimentazione alimentata dalla curiosità: è mera sopravvivenza; è adattarsi a periodi tristi della storia del globo. Quindi, il bianco, che colore è? Per quanto mi riguarda è come tutti gli altri, certo, differisce in alcuni aspetti rispetto agli altri colori di una tavolozza immensa, ma ha una cosa in comune a tutti, dipende dalla luce. Il bianco, sotto determinata luce, può sembrare rosso, grigio o marrone. Alan Garant, professor universitario, un giorno disse: “Esistono solo due tipi di persone: gli astronomi e gli astronauti. Entrambi vogliono la stessa cosa: i primi si godono lo spettacolo dalla Terra, i secondi hanno la necessità e il coraggio di andare a prenderselo nello spazio”. Non è corretto, umano, avercela con gli astronauti solo perché noi a casa abbiamo un telescopio.

Mattia Russo (classe 4B SA)

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“SIN CAFÉ, NO HAY MAÑANA”. BASTANO TRE MULTINAZIONALI PER PRODURRE CAFFÈ PER TUTTO IL MONDO

Mercoledì 31 maggio gli operatori del Commercio Equo e Solidale hanno tenuto un  incontro sul tema presso l’Aula Magna del nostro liceo

“Sin cafè, no hay maňana”, letteralmente “senza caffè non c’è mattina”, irrisoriamente ribattezzato in “senza caffè non c’è futuro” è stato lo slogan dell’incontro tenuto dagli operatori del Commercio Equo solidale presso l’Aula Magna del nostro liceo e rivolto alle classi che quest’anno, in collaborazione con il CVM (comunità di volontari per il mondo), hanno partecipato ad un progetto sperimentale sulle conseguenze sociali e ambientali delle abitudini alimentari. Uno slogan che ai nostri occhi appare probabilmente esagerato, catastrofico: veramente il caffè ha il potere di vita o di morte sugli uomini? Ebbene sì: è il caffè che nei paesi “poveri”, come ad esempio l’America Latina, decide la sopravvivenza di molte famiglie. È quindi necessario che ognuno di noi, quando prende il suo carrello della spesa presti attenzione a ciò che compra, a ciò che “agguanta” avidamente dagli scaffali con frenetica irrazionalità, perché proprio con la nostra spesa possiamo cambiare il mondo, “renderlo un posto meno schifoso”.

Nel caso specifico del caffè la situazione è ancor più drammatica: basti pensare che più del 50% dell’industria mondiale del caffè è nelle mani di sole tre società. Ciò significa che i tre grandi manager di queste aziende possono permettersi di decidere a loro piacimento la quotazione sul mercato dei loro prodotti. Ad esempio, possono decidere di tenere chiusi per un giorno i loro magazzini, facendo alzare vertiginosamente il prezzo del caffè sul mercato e di riaprirli il giorno seguente riabbassando la quota in Borsa. Grazie a questo trucco di marketing, i grandi marchi guadagnano in poche ore miliardi e miliardi di dollari, mentre a rimetterci sono i lavoratori.

“Lavoratori”, sembra quasi un oltraggio chiamare così persone (di tutte le fasce d’età) costrette a lavorare giorno e notte nelle piantagioni e fabbriche di caffè per portare a casa un minimo stipendio di 10$ circa al mese. Ma la crudele industria del caffè non si ferma qui: dato il misero salario, ogni componente della famiglia deve lavorare per poter racimolare più soldi possibile: ed ecco così che anche i bambini di 5/6 anni iniziano a lavorare nelle fabbriche, costretti ad abbandonare pallone e orsacchiotto per impugnare una setola con cui selezionare i chicchi del tanto amato caffè. La base di tale sistema di sfruttamento è rappresentata  proprio dai bambini dei paesi più poveri che, nati in un contesto senza speranza, hanno una sola via di sopravvivenza: sacrificare la propria infanzia, la propria spensieratezza e libertà per rinchiudersi in una fabbrica, sperando che in un futuro non troppo lontano le cose miglioreranno.

Le cose miglioreranno? Probabilmente no, penserete voi, come possiamo noi, semplici ragazzi, contrastare i soprusi di multinazionali plurimiliardarie? È forse destino che alcune popolazioni siano sfruttate per sempre.  In fondo questi bambini hanno solo avuto la colpa di essere nati nel posto sbagliato del mondo. Più volte infatti chi ha cercato di lottare in difesa dei diritti di questi lavoratori si è dovuto arrendere di fronte allo strapotere economico e al peso politico  delle grandi multinazionali  come Coca-Cola e Nestlè. Un esempio? Nel 2007 in Italia, una piccola azienda ha denunciato la grande multinazionale del fast food, accusandola di “abuso di potere e rivalità sleale”. Il risultato? Accuse scomparse nel nulla dopo che Mc Donald ha comprato la causa in tribunale.

E allora noi cosa abbiamo dalla nostra parte? Con quali armi possiamo lottare contro le multinazionali per la giustizia e la uguaglianza dei diritti dei lavoratori? Cosa ci permette di sperare in piccoli e graduali progressi nel futuro? Ognuno di noi, in cuor suo, ha una grande arma per la lotta contro le multinazionali: la forza di volontà e la convinzione nei propri mezzi. Un grande esempio è la cooperativa del Commercio Equo Solidale “Mondo Sociale”, che non si occupa soltanto di sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo l’importanza del commercio equo, ma con ingenti prestiti aiuta le piccole società di caffè nei Paesi più poveri a diventare indipendenti e a non essere inglobate nelle grandi multinazionali. Piccole società indipendenti in paesi poveri significa un migliore tenore di vita, una formazione scolastica migliore per i bambini dei lavoratori e un regalo enorme ai piccoli lavoratori di queste aziende, la possibilità di poter sperare, la speranza in un futuro migliore.

La cooperativa “Mondo Sociale” è ancora però troppo “sola” per un obiettivo così grande: cambiare il mondo! Ed ecco che la vera sfida incomincia qui, da noi: avremo il coraggio di cambiare il nostro stile di vita? Di riflettere sulle conseguenze del nostro stile alimentare oppure continueremo a ignorare le disuguaglianze sociali prodotti dall’eccessivo uso di carne e da una spesa inconsapevole che alimenta esclusivamente il profitto delle multinazionali? Riusciremo ad acquistare pensando ai bambini costretti a lavorare invece di giocare, ad intere famiglie dilaniate dalla fame o riterremo impossibile, utopico, dire NO a tutto questo? Come rimanere indifferenti di fronte alla passione e insieme all’indignazione delle parole di  Massimo Mogiatti, operatore del Commercio Equo e Solidale? La sfida è grande e bellissima: ogni nostra piccola scelta quotidiana può contribuire a cambiare il mondo! Noi ragazzi nel nostro piccolo, possiamo cambiare il mondo e fare in modo che questo non rimanga solo un sogno.

Tommaso Serfilippi ( 2DSc)

 

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LA LEGALITÀ SECONDO GIUSEPPE COSTANZA. LA STORIA E LA TESTIMONIANZA DELL’AUTISTA DI FALCONE A 25 ANNI DALLA STRAGE DI CAPACI.

Ancora una riflessione a margine sull’incontro del 12 aprile ad Ancona

La mafia è un fenomeno umano che, in quanto umano, è destinato ad avere un inizio e una fine. La mafia non è più come quella del film Il padrino degli anni ’70. La mafia che uccide non esiste più. Oggi si è inserita nelle istituzioni politiche e finanziarie attraverso la corruzione e il voto di scambio. L’obbiettivo della mafia di oggi è il potere e il denaro. Anche se si è istituzionalizzata rimane profondamente illegale. La domanda allora è che cos’è la legalità?

Legalità: Antonio Mastrovincenzo con Giuseppe Costanza, autista del magistrato Giovanni Falcone
(ANSA) – ANCONA, 12 APR – Antonio Mastrovincenzo con Giuseppe Costanza, autista del magistrato Giovanni Falcone. +++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY +++

Secondo Giuseppe Costanza, autista di G. Falcone sopravvissuto alla strage di Capaci, la legalità è il rispetto per noi stessi, è collaborare per il bene degli altri e non permettere di compiere atti illegali. La legalità è anche lo star vicino alle forze dell’ordine che rappresentano lo Stato. In effetti, è quello che ha fatto lo stesso Giuseppe Costanza, che ha raccontato la sua storia mercoledì 12 aprile in occasione di un incontro sulla legalità al Teatro delle Muse ad Ancona.

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Costanza o Peppe era un’agente di Polizia ed era l’autista di Falcone. Col tempo tra i due si era instaurato un rapporto di amicizia talmente stretto che Peppe era diventato il barbiere personale del magistrato dato che Falcone non poteva uscire per motivi di sicurezza. Giuseppe, come tutti gli altri della scorta, era consapevole del fatto che rischiava la vita ogni giorno, ma era convinto di perseguire tale scelta perché credeva in Falcone ed era sicuro che egli avrebbe potuto cambiare l’Italia e renderla migliore. Tutto ciò perché innanzitutto aveva a cuore ogni persona e soprattutto la scorta a tal punto di voler viaggiare in macchina solo con l’autista. Frequentando la famiglia Falcone, Giuseppe vedeva inoltre che il magistrato, attraverso le numerose indagini e ricerche che svolgeva, aveva le capacità di vincere le cause e sconfiggere la mafia.

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Quanto alla strage del 1992, Giuseppe Costanza confessa di non ricordare molto o forse non vuole o non riesce a ricordare. Si sveglia in Ospedale: senza milza, con il fegato spappolato e un occhio completamente ustionato. Appena l’Ospedale lo rilascia Peppino (cosi lo chiamano gli amici) vuole subito andare a Capaci per cercare di capire e realizzare ciò che è successo. “Non è stato facile realizzare l’accaduto” dice Giuseppe Costanza con gli occhi lucidi. Ma il suo dolore poco dopo si è trasformato in rabbia perché nessuno ha dimostrato alcun interesse e nessuno ha cercato di indagare immediatamente sull’accaduto. Anzi , sin dall’inizio si è tentato di depistare le indagini e coprire i veri responsabili. Anche se Costanza sostiene che i colpevoli non sono soltanto coloro che hanno commesso l’attentato, ma sono sopratutto gli informatori, i magistrati corrotti e chi ha progettato in primis materialmente l’attentato.

Per 20 anni Costanza è stato emarginato perché considerato un testimone scomodo. Egli infatti ancora si chiede:“Perchè quando una persona è valida non deve più stare al potere? Perché coloro che sanno la verità devono vivere in uno stato di abbandono?”  Non è l’unico a porsi queste domande. Molti altri come il dottor Antonio Di Matteo sono stati  allontanati dallo Stato, dalla stampa e dalla gente. Antonio Di Matteo si occupa ancora delle stesse stragi di mafia ed è pendente da 3 anni perché sta cercando di portare avanti un processo alla trattativa tra politici e mafiosi. Di Matteo, da 15 anni, si muove con la scorta, non ha più una vita solo perché fa il suo dovere. Perché l’Italia è un paese così ingiusto?

Negli ultimi anni tali questioni sono finalmente riemerse. A 20 anni dalla strage, Peppe viene contattato da Giovanna Boni, direttrice del MIUR (Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca), che gli propone un tour in tutte le scuole d’Italia per raccontare la sua esperienze ed educare alla legalità.  Costanza afferma che i giovani sono il futuro e che essi saranno coloro che ripuliranno lo Stato. Vuole educare i ragazzi a non ripetere gli errori del passato, a non eleggere gli uomini o le donne sbagliati quali coloro che indicano chi votare e poi fanno un favore o danno del denaro. Peppe e soprattutto Alessandra Antonelli, avvocato e fondatrice dell’associazione Agende Rosse, vogliono mettere al primo posto la questione giustizia.

 

Ma sopratutto vogliono sottolineare che non è giusto che l’omicidio di Falcone e Borsellino siano interpretati come una sorta di vendetta da parte della mafia. Perché la mafia è un fenomeno umano  che ha una fine e siamo noi, esseri umani, che dobbiamo essere in grado di stabilirla.

Gala Ottavi (3ALi)

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EDUCARE ALLA LEGALITA’: AD ANCONA PARLA L’AUTISTA DI FACONE GIUSEPPE COSTANZA, SOPRAVVISSUTO ALLA STRAGE DI CAPACI

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. Era fiducioso Paolo Borsellino quando pronunciò queste parole. Ora non c’è uomo che più di lui e del suo collega Giovanni Falcone potrebbe, con un po’ di sconforto, smentirle. Perché in realtà la storia sembra non insegnare niente, a volte. Ma un rinato ottimismo ha visto nel dialogo un punto di partenza per sradicare la mafia e fare terra bruciata attorno ai criminali che si nutrono del silenzio.

Il giudice Giovanni Falcone

La proposta alla base dell’incontro di mercoledì 12 aprile con centinaia di studenti di tutta la regione al Teatro delle Muse di Ancona è giunta dalla collaborazione della giunta provinciale studentesca. L’iniziativa Educare alla legalità si colloca come l’anello conclusivo di un lungo percorso organizzato dall’Istituto Podesti – Calzecchi Onesti, inagurato con la mostra itinerante “L’eredità di Falcone e Borsellino”. «A venticinque anni dalle stragi di Capaci e di Via d’Amelio, bisogna sapere che la mafia ha cambiato solamente forma d’agire» – ha esordito il presidente dell’assemblea regionale Mastrovincenzo. «Si deve tenere alta la guardia anche nella nostra regione, perché il pericolo di infiltrazione della criminalità organizzata è altissimo».

Iniziative simili, supportate dalle associazioni Libera e Agende Rosse, rientrano nella campagna di sensibilizzazione nelle scuole della legge n.107, che opera per sviluppare «comportamenti responsabili ispirati alla conoscenza e al rispetto della legalità». È parte della proposta di legge sulla legalità, inoltre, rendere ogni cittadino consapevole delle ingiustizie perpetrate a danno dei servitori della lotta contro la criminalità organizzata, nonché della possibilità di gestire al meglio i beni confiscati alla mafia.

Con lo scopo di informare sulle stragi del ’92 e fare memoria delle vittime, ma anche dei sopravvissuti, non solo nel giorno dell’anniversario, preziosi sono stati gli interventi di Giuseppe Costanza, autista giudiziario del magistrato Falcone e superstite alla strage di Capaci, accompagnato dall’avvocatessa civile, portavoce e coordinatrice del comitato Agende Rosse Alessandra Antonelli.

Legalità: Antonio Mastrovincenzo con Giuseppe Costanza, autista del magistrato Giovanni Falcone
(ANSA) – ANCONA, 12 APR – Antonio Mastrovincenzo con Giuseppe Costanza, autista del magistrato Giovanni Falcone. +++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY +++

La storia di Costanza è contenuta nel libro biografico “Stato di abbandono” (2017), scritto da Riccardo Tessarini, che raccoglie non solo la testimonianza di un sopravvissuto miracolato, ma di un uomo al servizio dello Stato abbandonato dalle istituzioni, di un «illustre sconosciuto», di un «oramai invalido retrocesso a commesso di cui il tribunale di Palermo non sapeva che fare».

«La nuova nomina di Falcone da Procuratore Nazionale Antimafia faceva paura. Qualcuno non voleva che il giudice andasse a riprendere i casi irrisolti dell’89, come il fallito attentato dell’Addaura» -ha dichiarato Costanza. «Così come faceva paura anche il nuovo progetto di cui anche il suo collega, o forse fratello, Paolo Borsellino era firmatario: la nascita del pool, un gruppo di magistrati che condividono le stesse informazioni nell’ambito di indagini, un’idea sorta proprio in seguito all’assassinio di magistrati che si occupavano di indagini per mafia».

Falcone

Nella sua testimonianza, in cui ha presentato i modelli positivi di lotta contro la mafia dei due giudici siciliani uccisi, Costanza ha voluto ricordare anche l’umanità di Giovanni Falcone, «la cui vicinanza vale molto più di una medaglia d’oro al valor civile» un uomo che viveva nel suo ufficio e che studiava i fascicoli assieme alla moglie, tra un caffè e un altro, e che faceva del suo autista un ospite, un amico, un confidente. Costanza ha poi proseguito ribadendo l’importanza di individuare non solo i responsabili delle stragi, ma anche chi ha altri interessi nello Stato, perché la criminalità si infila anche nella macchina politica, nelle istituzioni, attraverso lo spesso sottovalutato strumento del voto. «Non esiste mafia senza corruzione, ed eliminarle entrambe significa garantire un’economia pulita e più posti di lavoro».

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«I mafiosi di una volta, che sparavano nelle strade, che facevano esplodere autobombe non esistono più» gli ha fatto eco l’avvocatessa Antonelli. «Non c’è più Il Padrino. Al Sud la mafia è colei che allunga banconote a chi non ha di che vivere per ottenere un favore in cambio. E’ così che si sovvenziona la corruzione». Raccogliere esperienze è un fondamentale snodo interdisciplinare nelle scuole. Perché, mentre la mente umana si difende e si scherma dimenticando la violenza, il nostro Paese ha più che mai bisogno di ricordare, supportare e di rispettare chi è in prima linea per contrastare i fenomeni di mafia. E iniziare informando i giovani è un’arma vincente.

Alexandra Bastari (3ALi)

 

 

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STUDENTI DEL MEDI E DELL’ITG CORINALDESI INSIEME PER CONOSCERE L’ALTRA FACCIA DEL MONDO. TRE INCONTRI PER IMPARARE A DIVENTARE CITTADINI ATTIVI

Alcuni studenti della nostra scuola e dell’ITG Corinaldesi hanno partecipato a un ciclo di tre incontri pomeridiani, dal 27 marzo al 5 aprile, dal titolo La otra cara de la moneda, tre occasioni per discutere insieme alle prof.sse Giuliana Lain, Francesca Berardi, Maurizia Catena sulla cittadinanza attiva. Due degli incontri si sono tenuti in lingua spagnola e hanno visto partecipazione di un gruppo di studenti spagnoli in intercambio con la 4BLi. Per il terzo – in italiano- è intervenuto Epifanio Grasso, sociologo ed esperto in comunicazione e marketing Non-profit. Si sono svolti a cavallo delle due scuole: due al Corinaldesi e l’ultimo al Medi.

Scopo dell’iniziativa sensibilizzare l’attenzione degli studenti sui temi degli stereotipi di genere e sull’influenza del marketing e della pubblicità nelle nostre scelte quotidiane.  Quest’ultimo, in particolare, è stato oggetto di interesse per una generazione come la nostra, “alienata” dai social e dall’esposizione continua alle immagini, ai selfie e condizionata da marchi, mode e tendenze. Quando acquistiamo un paio di scarpe Nike, dovremmo pensare a cosa c’è dietro, vale a dire a un grande multinazionale che genera profitti smisurati sfruttando i bambini.

Riflettere non basta. La cittadinanza attiva comporta la ricerca di soluzioni. Come combattere allora queste inaccettabili forme di ingiustizia sociale ed economica? La risposta è consapevolezza e collaborazione. Il relatore, Epifanio Grasso, ha ricordato che esistono molte associazioni non-profit che cercano di contrastare fenomeni di sfruttamento, ‘di fare marketing rimanendo brave persone’: “Libera Terra”, “AltroMercato”, “CTM” e “Bottega del Mondo”, la cui mission è garantire EQUITA’, SOSTENIBILITA’ E SOLIDARIETA’.

 Inoltre contributi e soluzioni attive che anche noi studenti potremmo mettere in atto sono la creazione di petizioni sul sito change. Abbiamo imparato molto dai tre incontri, anche sul piano socio-affettivo, e soprattutto abbiamo capito che non c’è soltanto il marketing commerciale che mira esclusivamente all’utile. Infatti il marketing sociale è estremamente importante perché può incoraggiare scelte e comportamenti corretti e responsabili a vantaggio della collettività . Il tempo che spendiamo in questi progetti è un dono che riceviamo e facciamo a noi stessi e agli altri, come potrebbe essere la donazione di sangue, come il dono dell’amore e dell’amicizia.

Isabella Bonsignore (4BLi)